
FISM e FNOMCeO chiedono di riformare i Piani terapeutici per i farmaci innovativi nello scompenso cardiaco. Obiettivo: accesso uniforme e ruolo centrale del medico di famiglia.
Semplificare le prescrizioni dei farmaci innovativi per lo scompenso cardiaco e ridurre le disuguaglianze di accesso alle cure. È questo l’obiettivo del position statement pubblicato sul Giornale italiano di cardiologia che propone una riforma dei Piani terapeutici, oggi considerati un ostacolo organizzativo e clinico per circa un milione di pazienti con patologie cardiovascolari complesse.
Il nodo dei Piani terapeutici
Il Piano terapeutico è lo strumento attraverso cui il Servizio sanitario nazionale regola l’accesso a specifici farmaci, in particolare quelli innovativi o ad alto costo. In molti casi, la prescrizione è vincolata a una prima valutazione specialistica e a rinnovi periodici, spesso ogni 6 o 12 mesi.
Secondo gli autori del documento, questo meccanismo, nato per garantire appropriatezza e sostenibilità, si è nel tempo trasformato in una barriera all’accesso: tempi di compilazione lunghi, necessità di visite specialistiche ripetute e forte eterogeneità regionale finiscono per rallentare l’avvio - o la continuità - delle terapie.
Il ruolo del medico di medicina generale
Il punto centrale della proposta riguarda proprio il medico di medicina generale (MMG). Oggi, in molti contesti, il MMG non può rinnovare in autonomia terapie già avviate, pur seguendo stabilmente il paziente nel territorio. Questo comporta rinvii allo specialista anche quando il quadro clinico è stabile, con un carico aggiuntivo su ambulatori e ospedali.
Il superamento (o quantomeno l’alleggerimento) del Piano terapeutico viene letto come un passaggio chiave per rafforzare il ruolo del MMG nella gestione delle cronicità, in linea con l’evoluzione dell’assistenza territoriale.
Le proposte di riforma
Il documento, firmato anche dai vertici della FISM e della FNOMCeO, individua quattro linee di intervento principali.
La prima è l’introduzione di un Piano terapeutico semplificato, limitato alla sola prima prescrizione specialistica, con successivo rinnovo automatizzato, potenzialmente gestibile dal medico di famiglia. A questo primo punto segue la richiesta di un’uniformazione nazionale dei criteri prescrittivi e dei professionisti autorizzati, finalizzato a superare le forti disparità regionali oggi esistenti. Un terzo punto riguarda il ritorno strutturato dei dati raccolti nei registri dell’AIFA alla comunità scientifica, per finalità cliniche ed epidemiologiche. Infine, viene proposta l’eliminazione del Piano terapeutico per quei farmaci che presentano un profilo di costo-efficacia favorevole e una lunga esperienza clinica.
Perché riguarda circa un milione di pazienti
Le patologie coinvolte, di cui le principali sono scompenso cardiaco, sindrome cardio-nefro-metabolica e fibrillazione atriale, interessano una popolazione ampia e fragile, spesso anziana e con più comorbidità. In questi pazienti, ritardi o interruzioni terapeutiche si traducono più facilmente in riacutizzazioni, ricoveri ripetuti e peggioramento della qualità di vita.
Dal punto di vista del sistema, la semplificazione prescrittiva viene quindi letta anche come un’opportunità per ridurre ospedalizzazioni evitabili e ottimizzare l’uso delle risorse sanitarie.
Una questione clinica, organizzativa ed etica
Nelle conclusioni, gli autori sottolineano che il superamento delle barriere legate ai Piani terapeutici non è solo un’esigenza clinica, ma anche un obiettivo etico e organizzativo. L’adozione tempestiva delle terapie innovative rappresenta un’opportunità per migliorare prognosi ed equità di accesso, rafforzando il legame tra specialistica e medicina generale.
Il dibattito è ora aperto sul piano regolatorio e istituzionale, in un momento in cui la riorganizzazione dell’assistenza territoriale rende sempre più centrale il ruolo del medico di famiglia nella gestione delle patologie croniche complesse.
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