
Condanna per la repressione dei sanitari in Iran. Per la Federazione, curare resta un imperativo etico universale.
La presa di posizione non riguarda la politica sanitaria in senso stretto, ma chiama in causa l’identità stessa della professione medica. Riferendosi alla preoccupante repressione dei sanitari in Iran, il presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, riafferma un principio che viene prima di leggi, sistemi e confini: il dovere di curare come imperativo etico. E universale.
La Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri ha espresso quindi "ferma condanna" per le violenze e le intimidazioni subite da medici e operatori sanitari iraniani. Secondo le informazioni riportate, sarebbero almeno quindici i professionisti imprigionati e torturati per aver curato i manifestanti o per aver testimoniato quanto accaduto, con irruzioni delle forze di sicurezza persino negli ospedali, nelle sale operatorie e nei reparti di terapia intensiva.
Il dovere di curare oltre le leggi e i contesti
"Tali notizie non possono lasciarci indifferenti, come medici e come esseri umani", afferma Anelli, ricordando come le informazioni provengano non solo dalla stampa generalista, ma anche da fonti scientifiche internazionali, tra cui un editoriale del British Medical Journal.
Il punto centrale della dichiarazione non è la denuncia in sé, ma il significato che essa assume per la comunità medica. "Un medico ha l’imperativo etico di curare, in qualunque parte del mondo si trovi, in qualunque contesto operi, e di farlo senza discriminazione alcuna", sottolinea Anelli. Un imperativo che, aggiunge, "può essere a volte più forte della legge".
È su questo crinale che la FNOMCeO colloca la propria riflessione: la cura è da considerare un atto di responsabilità morale che non dovrebbe mai entrare in conflitto con regimi, ordini o imposizioni esterne perché appartenente a una dimensione etica superiore.
E, se ciò accade, è perché il medico viene coinvolto suo malgrado. E per senso del dovere.
Una visione universale della professione
Nel richiamare la vicenda dei sanitari iraniani, Anelli allarga dunque il campo a una dimensione collettiva. "Questi medici rappresentano oggi tutta la comunità medica, l’essenza stessa dell’essere medico", afferma, descrivendoli come "gli occhi che non si chiudono di fronte all’orrore" e "le mani che non rifiutano aiuto e soccorso senza chiedersi se chi ha bisogno sia o meno dalla parte giusta".
È una definizione che restituisce un’idea di medicina fondata sulla responsabilità individuale e sulla solidarietà professionale, lontana da una visione puramente tecnica o burocratica del ruolo del medico.
La comunità medica come voce collettiva
Da qui l’appello finale alla comunità internazionale. "È come se, rinchiudendoli, avessero imprigionato tutti i medici del mondo", conclude Anelli, indicando come compito della comunità medica globale quello di "diventare la loro voce" e di ribadire che i medici, ovunque si trovino, devono rispondere prima di tutto al dovere di curare.
Una dichiarazione che, pur partendo da un contesto specifico, offre una chiave di lettura più ampia sul modello di professione a cui la FNOMCeO continua a fare riferimento: una medicina che riconosce nella cura non solo una prestazione, ma un principio fondante, non negoziabile.
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