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Mutilazioni genitali femminili, una sfida per la sanità in una società multiculturale

Oltre 95mila donne coinvolte in Italia. La prevenzione come terreno di integrazione tra diritti, salute e comunità.
Ginecologia

Le mutilazioni genitali femminili non sono "solo" una grave violazione dei diritti umani, ma anche una questione sanitaria complessa che coinvolge i sistemi di welfare europei. In Italia, secondo le stime, sarebbero oltre 95mila le donne coinvolte, in gran parte migranti provenienti da aree ad alta prevalenza della pratica.

Un dato che, in occasione della Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili, riporta al centro il rapporto tra tutela della salute, integrazione e prevenzione, chiamando in causa non solo il sistema sanitario, ma l’intera rete dei servizi sociali, educativi e di protezione minorile.

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Un fenomeno che emerge tardi nei percorsi di cura

Secondo la rete associativa composta da AMSI, UMEM, Co-mai e dal Movimento internazionale Uniti per Unire, le mutilazioni genitali femminili vengono intercettate prevalentemente in fase tardiva, quando il danno è già consolidato.

L’emersione avviene spesso durante l’accesso ai servizi sanitari per gravidanza, parto o complicanze ginecologiche, a testimonianza del fatto che la prevenzione non è ancora efficace e risulta disomogenea sul territorio nazionale. "I nostri dati mostrano che il fenomeno non solo non si arresta, ma continua a colpire bambine e giovani donne anche nei Paesi che si considerano avanzati sul piano dei diritti", spiega Foad Aodi, medico fisiatra, membro del Registro esperti Fnomceo e docente all’Università di Tor Vergata.

Una presa di coscienza che nasce dentro le comunità

Le organizzazioni promotrici dell’iniziativa riuniscono medici e professionisti sanitari di origine straniera, pienamente inseriti nel sistema sanitario italiano e attivi da anni come ponte tra i servizi pubblici e le comunità migranti. La richiesta di un rafforzamento delle politiche di prevenzione e presa in carico non nasce quindi da una posizione di superiorità culturale autoctona, o da una lettura "occidentale" calata dall’alto.

Si tratta invece di una presa di coscienza maturata all’interno delle stesse comunità di origine, dove la pratica delle mutilazioni genitali femminili continua a incontrare, accanto a percorsi di cambiamento e rifiuto consapevole, anche sacche di resistenza culturale e familiare. Un conflitto interno, silenzioso, che rende ancora più delicato il ruolo dei servizi sanitari e sociali.

In questo quadro, la sanità non è chiamata solo a reprimere o segnalare, ma a costruire percorsi di fiducia, protezione e accompagnamento, capaci di tutelare le bambine senza spezzare i legami familiari e comunitari, e di sostenere le donne già coinvolte in un percorso di cura fisica e psicologica.

Tradizione, migrazione e presa in carico sanitaria

Il nodo centrale, sottolineano le associazioni, è che le mutilazioni genitali femminili non possono essere affrontate esclusivamente come un problema giudiziario. "Le mutilazioni genitali femminili non sono una tradizione, ma una violenza sistematica che lascia segni fisici, psicologici e sessuali permanenti", afferma Aodi.

Proprio perché radicata in contesti culturali specifici, la pratica rischia di restare invisibile se i servizi non sono preparati a intercettarla precocemente e con competenze adeguate. L’approccio deve quindi tenere insieme tutela dei diritti, prevenzione sanitaria e mediazione culturale, evitando sia la rimozione del problema sia la stigmatizzazione delle comunità.

Il ruolo della sanità territoriale

Per le associazioni è necessario un salto di qualità nelle politiche sanitarie e sociali. La presa in carico deve coinvolgere in modo strutturato consultori familiari, medicina territoriale, pediatria, ginecologia, servizi sociali e scuola, superando una logica di intervento occasionale o emergenziale.

Viene inoltre evidenziata la necessità di investire in formazione obbligatoria e continuativa per il personale sanitario, di definire protocolli operativi chiari e condivisi e di rafforzare la collaborazione tra sanità, servizi sociali e autorità giudiziarie, tutelando al tempo stesso le famiglie e le bambine a rischio.

Verso un approccio strutturato e multilivello

In questa prospettiva si inserisce la proposta di istituire un Osservatorio internazionale anti-Mgf, con il compito di monitorare il fenomeno, raccogliere dati aggiornati e comparabili, analizzare le conseguenze cliniche e psicologiche e coordinare programmi di prevenzione, formazione e informazione.

La sfida, più in generale, riguarda la capacità del sistema sanitario di rispondere a bisogni che emergono in un contesto multiculturale, senza rinunciare ai principi di universalità delle cure e tutela dei diritti fondamentali. Un terreno delicato, in cui la sanità diventa spazio di mediazione tra protezione, integrazione e prevenzione, chiamata a riconoscere che le esigenze di salute cambiano insieme alla società.

Ginecologia
Commenti
RB
Roberto Bruno
Sarebbe più corretto anche ricordare le mutilazioni genitali maschili suprattutto quelle dovute a bloccanti ipotalamici nei bambini, infatti anche i colleghi anglosassoni hanno fatto dietrofront e la sconsigliano mentre da noi si inizia adesso questa deriva abominevole che nulla ha a che fare con la medicina.
Rispondi
10/02/2026 09:49

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