
Secondo i dati Iss, in Italia solo metà della popolazione target è protetta contro l’Hpv. Disinformazione, timori sulla sicurezza e barriere culturali frenano l’adesione alla vaccinazione.
In Italia le coperture vaccinali contro l’Hpv restano molto lontane dagli obiettivi di sanità pubblica, nonostante l’elevata efficacia del vaccino e il suo indiscutibile ruolo nella prevenzione di diversi tumori. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che solo circa il 50% della popolazione target, ragazze e ragazzi sotto i 12 anni, risulta effettivamente protetta.
Secondo le rilevazioni, sette genitori su dieci ritengono che la vaccinazione anti-Hpv non sia utile e otto su dieci non percepiscono l’infezione come una patologia grave. Una lacuna informativa che pesa in maniera quasi decisiva sull’adesione alla campagna vaccinale.
La lettura dei pediatri: conoscenze carenti e falsi miti
A commentare i dati è Valentina Grimaldi, pediatra di famiglia, consigliera dell’Omceo Roma e coordinatrice della Commissione età evolutiva. "La disinformazione e i falsi miti sono tra i principali motivi dell’esitazione vaccinale" osserva. "Molte persone non conoscono davvero cos’è l’Hpv, come si trasmette e quanto sia diffuso".
Secondo Grimaldi, una parte rilevante della popolazione continua a ritenere che l’infezione riguardi solo le donne o solo chi ha molti partner sessuali, quando invece l’esposizione al virus interessa la quasi totalità delle persone sessualmente attive almeno una volta nella vita.
Sicurezza del vaccino e percezione del rischio
Il progetto europeo Perch, coordinato in Italia dall’Iss, ha analizzato più nel dettaglio le motivazioni della scarsa adesione. Oltre alla bassa fiducia nell’efficacia, il 40% dei genitori intervistati dichiara timori legati alla sicurezza del vaccino e agli effetti avversi.
Tra le convinzioni più diffuse, ma prive di fondamento scientifico, figura l’idea che il vaccino possa causare infertilità. A questo si aggiunge una difficoltà di ordine culturale: l’età della vaccinazione, prevista attorno agli 11-12 anni, viene percepita da alcuni genitori come prematura perché associata, erroneamente, alla sfera della sessualità.
L’evoluzione del vaccino e il potenziale di prevenzione
Una lettura tecnica arriva anche da Piero Valentini, pediatra e membro della Commissione età evolutiva dell’Ordine dei medici di Roma. "Siamo passati da un vaccino bivalente, che copriva ceppi responsabili di circa il 70% dei tumori della cervice, a un vaccino nonavalente che intercetta quasi la totalità dei ceppi oncogeni", spiega.
Il vaccino, ricorda Valentini, protegge non solo dal tumore del collo dell’utero, ma anche da quelli dell’ano, dell’orofaringe, della vagina, della vulva e del pene, oltre a prevenire lesioni precancerose come le verruche genitali. Secondo l’Iss, una copertura adeguata potrebbe prevenire fino a 3.000 morti l’anno in Italia legati a tumori Hpv-correlati.
Accesso ai servizi e disuguaglianze territoriali
Accanto ai fattori culturali e informativi, emergono anche barriere organizzative. Il 70% dei genitori segnala difficoltà nel raggiungere i centri vaccinali e sei intervistati su dieci non sanno che la vaccinazione anti-Hpv è gratuita.
I dati del Ministero della Salute indicano inoltre forti differenze territoriali: nessuna Regione ha raggiunto la soglia del 95% di copertura, con valori che vanno dal 77% della Lombardia al 23% della Sicilia.
Il ruolo dell’educazione sanitaria
Secondo Grimaldi, per superare questi ostacoli è necessario rafforzare l’educazione sanitaria e avvicinare l’offerta vaccinale alle famiglie. "In alcuni territori pesano anche barriere linguistiche e sociali. Estendere la possibilità di vaccinare negli ambulatori dei pediatri, contestualmente alle visite, potrebbe facilitare l’adesione".
Un approccio che punta a integrare informazione corretta, fiducia professionale e accessibilità dei servizi, in un contesto in cui la diffidenza verso i vaccini, aumentata dopo la pandemia da Covid-19, continua a incidere negativamente sulla prevenzione.
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