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Tumore della vescica, oltre 29mila nuovi casi in Italia: fumo e diagnosi tardiva tra le principali criticità

Oncologia

Il carcinoma della vescica continua a rappresentare una sfida rilevante per la sanità pubblica italiana. Nel 2025 sono state stimate circa 29.100 nuove diagnosi nel Paese, confermando questa neoplasia come la quinta per incidenza. Nonostante la diffusione, la patologia rimane poco conosciuta dalla popolazione e i sintomi iniziali sono spesso sottovalutati, con possibili ritardi nell’identificazione precoce.

I dati e le criticità emergono dal convegno nazionale dedicato alla presa in carico dei pazienti con tumore vescicale, promosso dall’organizzazione ISHEO nell’ambito del progetto “Urothelial Cancer Challenge”. L’iniziativa ha coinvolto clinici, farmacisti ospedalieri, rappresentanti istituzionali e associazioni di pazienti per approfondire gli aspetti clinici e organizzativi legati alla gestione della malattia.

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Tra i principali fattori di rischio figura il fumo di sigaretta, responsabile di circa la metà dei casi. Un ulteriore 10% delle diagnosi è associato all’esposizione professionale a sostanze chimiche come coloranti industriali, diserbanti e idrocarburi. Il segno clinico più comune resta la presenza di sangue nelle urine, a cui possono associarsi difficoltà nella minzione e dolore urinario.

In Italia convivono con questa diagnosi oltre 300mila persone e nel 90% dei casi la forma istologica è rappresentata dal carcinoma uroteliale. La malattia colpisce prevalentemente gli uomini, ma negli ultimi anni si osserva un incremento dell’incidenza nella popolazione femminile, fenomeno attribuito anche alla maggiore diffusione del tabagismo tra le donne.

Dal punto di vista prognostico, la sopravvivenza a cinque anni si attesta intorno all’80%. In circa tre quarti dei pazienti il tumore viene individuato in fase iniziale, quando è confinato agli strati superficiali della parete vescicale e può essere trattato con interventi chirurgici efficaci. Più complessa risulta invece la gestione delle forme metastatiche, per le quali negli ultimi anni sono state introdotte opzioni terapeutiche innovative in grado di migliorare gli esiti clinici.

Gli specialisti sottolineano inoltre l’importanza di modelli organizzativi multidisciplinari e di percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali condivisi a livello regionale. L’obiettivo è ridurre le disuguaglianze territoriali, favorire l’accesso tempestivo alle innovazioni e garantire continuità assistenziale. Parallelamente, le associazioni di pazienti evidenziano la necessità di potenziare le attività di informazione e supporto, per promuovere una maggiore consapevolezza sui sintomi e facilitare diagnosi più precoci.

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