
Scatta l’obbligo di aggiornamento del Fascicolo sanitario elettronico. Ma tra forti divari regionali, uso limitato e consenso ancora basso, la maturità del sistema è ancora incompleta.
Il Fascicolo sanitario elettronico entra a regime. Dal 31 marzo scatta per Regioni, strutture e professionisti l’obbligo di alimentare in modo completo e tempestivo i dati sanitari dei cittadini, con aggiornamenti entro pochi giorni e standard uniformi su tutto il territorio nazionale.
Si chiude così, almeno formalmente, un percorso lungo quasi vent’anni, accelerato negli ultimi anni dal Pnrr, che dovrebbe trasformare il fascicolo in uno strumento centrale per la continuità assistenziale: un archivio digitale accessibile a cittadini e operatori, in grado di raccogliere referti, prescrizioni, ricoveri e informazioni cliniche lungo tutto il percorso di cura.
Un sistema a regime, ma non ancora uniforme
L’ingresso a regime del sistema coincide però con la necessità di evidenziare le criticità già note. Le rilevazioni del ministero mostrano un quadro ancora disomogeneo: tra i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, il 95,2% ha effettuato almeno un’operazione sul fascicolo nell’ultimo trimestre, ma con una forbice che va dall’86,9% del Friuli Venezia Giulia al 99,9% dell’Emilia-Romagna.
Le differenze diventano più marcate nelle aziende sanitarie: la quota di operatori abilitati è pari in media all’88%, ma scende al 41% in Calabria, al 54% in Abruzzo e al 57% in Sicilia. Anche sul piano dei contenuti, nessuna Regione risulta ancora in grado di offrire l’intero paniere dei servizi previsti, con livelli di completezza molto variabili sul territorio nazionale.
Tra infrastruttura digitale e utilizzo reale
Il limite più evidente riguarda il rapporto tra sistema e cittadini. Nonostante il Fascicolo sanitario elettronico sia ormai disponibile per la quasi totalità della popolazione, il suo utilizzo resta contenuto: a metà 2025 solo il 27% dei cittadini lo aveva utilizzato nei tre mesi precedenti, con differenze significative tra Regioni, dal 66% del Veneto a valori intorno al 3% in Basilicata, Marche, Puglia e Sicilia.
Ancora più rilevante è il tema del consenso. La media nazionale si attesta attorno al 44%, ma con forti divari territoriali: si va dal 92% dell’Emilia-Romagna a livelli prossimi al 2% in Abruzzo e Calabria. Questo significa che una parte significativa delle informazioni disponibili non è di fatto utilizzabile nei percorsi di cura, riducendo l’impatto del sistema proprio nel momento in cui dovrebbe diventare uno strumento operativo.
Dati, ricerca e fiducia: il passaggio ancora incompiuto
Il tema si estende anche all’utilizzo dei dati per finalità di ricerca e programmazione sanitaria. Il Fascicolo sanitario elettronico è infatti uno degli elementi portanti dell’Ecosistema dei dati sanitari, su cui si basano le prospettive di sviluppo della sanità digitale, incluse le applicazioni di analisi avanzata e di intelligenza artificiale. Tuttavia, la disponibilità tecnica dei dati non coincide automaticamente con la loro utilizzabilità.
La bassa adesione al consenso segnala una distanza che non è tecnologica, ma culturale: fiducia limitata, conoscenza ancora insufficiente dello strumento e percezione non sempre chiara della sua utilità. In questo senso, l’entrata a regime del Fascicolo sanitario elettronico segna un passaggio che va letto anche all’interno del sistema sanità come paradigma tra creazione dell’infrastruttura e il suo utilizzo concreto.
Per sapendo che creare cultura è un percorso lungo e impegnativo, il rischio di oggi è quello di trovarsi di fronte a un sistema formalmente completo ma che avanza a marce ridotte, in cui i dati esistono ma non producono valore clinico né organizzativo.
È su questo scarto – tra disponibilità dei dati e loro effettivo utilizzo – che si gioca oggi una delle più importanti partite della sanità digitale italiana.
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