
Tre studi coordinati dalla Società Italiana di Cardiologia ridefiniscono la prevenzione della morte cardiaca improvvisa: non basta più valutare la capacità del cuore di pompare sangue
L’arresto cardiaco improvviso nei giovani potrebbe dipendere da alterazioni genetiche e danni microscopici del tessuto cardiaco non individuabili con gli esami tradizionali. È quanto emerge da tre studi internazionali coordinati dalla Società Italiana di Cardiologia e pubblicati su riviste scientifiche internazionali come JAMA Cardiology, European Heart Journal e Journal of the American College of Cardiology: Heart Failure.
Le ricerche mettono in discussione il tradizionale modello di valutazione del rischio cardiovascolare, finora basato prevalentemente sulla frazione di eiezione, cioè la capacità del ventricolo sinistro di pompare sangue. Secondo gli autori, questo parametro da solo non sarebbe sufficiente a identificare soggetti a rischio di aritmie fatali, soprattutto nei pazienti più giovani e apparentemente sani.
“Esistono persone portatrici di mutazioni genetiche ad alto rischio che possono sviluppare aritmie maligne pur avendo un cuore strutturalmente normale e una funzione cardiaca conservata”, spiega Gianfranco Sinagra. “Al contrario, altri pazienti con una ridotta funzione sistolica possono non manifestare eventi aritmici severi”.
Uno degli elementi chiave emersi dagli studi riguarda il ruolo della risonanza magnetica cardiaca, capace di identificare piccole aree di fibrosi o “cicatrici” nel muscolo cardiaco invisibili all’ecocardiogramma standard. Queste alterazioni tissutali possono rappresentare il substrato per aritmie ventricolari potenzialmente letali.
Il primo studio, pubblicato su JAMA Cardiology, ha coinvolto 308 soggetti portatori di mutazioni del gene FLNC, responsabile della produzione della proteina Filamin C, fondamentale per la stabilità delle fibre muscolari cardiache. Le varianti “troncanti” del gene compromettono la struttura cellulare del cuore, aumentando il rischio di aritmie anche in assenza di sintomi o alterazioni ecografiche evidenti.
Il secondo lavoro si è concentrato invece sulla cardiomiopatia non dilatativa del ventricolo sinistro, una forma di malattia cardiaca riconosciuta ufficialmente dalle linee guida europee solo nel 2023. Anche in questi pazienti, la predisposizione genetica sembra avere un ruolo determinante nella comparsa di aritmie improvvise.
Il terzo studio ha identificato il possibile coinvolgimento del gene Nexn, che codifica la proteina Nexilin, aprendo la strada alla definizione di una nuova forma di cardiomiopatia aritmogena finora poco conosciuta.
Secondo gli esperti, i risultati delineano un nuovo approccio alla prevenzione della morte cardiaca improvvisa, soprattutto nei giovani e negli sportivi. L’obiettivo è superare la valutazione basata su un unico parametro funzionale e adottare una strategia integrata che combini genetica, imaging avanzato e storia clinica individuale.
Un modello di medicina di precisione che potrebbe consentire diagnosi più tempestive e strategie preventive più efficaci nei soggetti apparentemente sani ma geneticamente vulnerabili.
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