Canali Minisiti ECM

GDF-15, un nuovo indicatore per intercettare il rischio cardio-metabolico ed epatico nelle fasi precoci della sindrome CKM

Cardiologia Vincenza Gargiulo | 15/06/2026 11:25

Uno studio condotto su quasi 30 mila individui evidenzia il valore prognostico del Growth Differentiation Factor-15 nella previsione di malattia cardiovascolare aterosclerotica e steatosi epatica metabolica.

Il Growth Differentiation Factor-15 (GDF-15) potrebbe affermarsi come uno dei biomarcatori più promettenti per la valutazione precoce del rischio nella sindrome cardiovascolare-renale-metabolica (CKM). È quanto emerge da un’ampia analisi condotta su 29.697 partecipanti della UK Biobank, che ha indagato il ruolo della proteina nelle fasi iniziali della sindrome, corrispondenti agli stadi 0-3 secondo la classificazione dell’American Heart Association. Il GDF-15 è una molecola associata a processi biologici quali infiammazione cronica, stress ossidativo e senescenza cellulare. Nello studio, concentrazioni più elevate del biomarcatore sono risultate correlate a un profilo clinico progressivamente più compromesso, caratterizzato da peggior funzione renale, maggiore insulino-resistenza e alterazioni metaboliche e infiammatorie più marcate.

Durante il periodo di osservazione, 2.786 partecipanti hanno sviluppato una malattia cardiovascolare aterosclerotica (ASCVD), mentre 456 hanno ricevuto una diagnosi di steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (MASLD). L’analisi ha mostrato che ogni incremento unitario dei livelli di GDF-15 era associato a un aumento del 25% del rischio di ASCVD e del 62% del rischio di MASLD. Un’associazione di analoga entità è stata osservata anche per la comparsa concomitante delle due condizioni. Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la capacità del biomarcatore di anticipare la progressione bidirezionale tra patologia cardiovascolare e malattia epatica metabolica.

pubblicità

I soggetti con valori più elevati di GDF-15 presentavano infatti una maggiore probabilità di passare da MASLD a ASCVD e viceversa, suggerendo l’esistenza di un asse fisiopatologico condiviso tra cuore, fegato, rene e metabolismo. L’impatto clinico del biomarcatore è apparso particolarmente evidente nei soggetti appartenenti alle fasce più elevate di distribuzione. Nel 10% con i livelli più alti di GDF-15, l’incidenza cumulativa a 10 anni di ASCVD ha raggiunto il 15,75%, mentre nel 5% superiore ha superato il 20%. L’integrazione del GDF-15 nei principali modelli prognostici cardiovascolari ed epatici, tra cui PREVENT, SCORE2, FLI e FIB-4, ha inoltre migliorato significativamente la capacità di discriminazione e riclassificazione del rischio. In diversi confronti il biomarcatore ha mostrato performance superiori rispetto a marcatori consolidati come proteina C-reattiva, lipoproteina(a), troponina cardiaca I e NT-proBNP. I risultati rafforzano l’ipotesi che il GDF-15 possa diventare uno strumento utile per una stratificazione più accurata del rischio nei pazienti con sindrome CKM, favorendo interventi preventivi mirati prima della comparsa delle manifestazioni cliniche conclamate.

Commenti

I Correlati

Al Simposio AFI di Rimini l'industria chiede un tavolo nazionale entro il 2026 per definire regole di valutazione e rimborso

Numerosi studi hanno dimostrato che livelli elevati di hs-CRP sono associati a un incremento indipendente del rischio di eventi cardiovascolari, anche in pazienti con valori lipidici nella norma.

Il presidente Fico: "la piattaforma Sinfonia rafforza il teleconsulto specialistico per i pazienti rari su tutto il territorio”

Ti potrebbero interessare

Conclusa la fase pilota: le prestazioni di monitoraggio cardiovascolare diventano stabilmente accessibili attraverso la rete delle farmacie territoriali con copertura del Servizio sanitario nazionale.

Le nuove frontiere della cardiologia strutturale passano da Napoli

Nuove evidenze dal congresso ESC Heart Failure: beneficio clinico già dai primi 30 giorni nei pazienti con ATTR-CM

Una meta-analisi italo-britannica su oltre 2.300 pazienti suggerisce che, dopo ablazione efficace e in assenza di recidive aritmiche, l’interruzione dei NAO potrebbe non aumentare il rischio tromboembolico, riducendo invece gli eventi emorragici magg

Ultime News

Più letti