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Medici di famiglia, dopo lo stop alla riforma si apre il confronto sul modello territoriale

Opposizioni e maggioranza leggono in modo opposto il ritiro della riforma della medicina generale. Sullo sfondo resta il tema delle Case di Comunità previste dal PNRR.
Sanità pubblica

Lo stop alla riforma della medicina generale non chiude il dibattito sull'assistenza territoriale. Al contrario, apre una nuova fase di confronto politico e sindacale sul futuro ruolo dei medici di famiglia e sull'organizzazione delle Case di Comunità previste dal PNRR.

Le prime reazioni arrivate dopo la decisione del Governo mostrano infatti una lettura profondamente diversa delle ragioni che hanno portato al ritiro del progetto e delle soluzioni da adottare nei prossimi mesi.

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Il Pd: "La maggioranza si è divisa"

Per il Partito Democratico, il ritiro della riforma rappresenta il segnale delle difficoltà della maggioranza nel portare avanti uno dei principali interventi previsti per la sanità territoriale. "Apprendiamo dalla stampa che la riforma della medicina di famiglia sarà ritirata dal Governo", ha dichiarato il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia, secondo il quale il centrodestra avrebbe progressivamente abbandonato una proposta inizialmente condivisa con le Regioni.

Boccia collega il passo indietro anche ai ritardi accumulati nell'attuazione della riforma territoriale finanziata dal PNRR, sostenendo che il rischio sia quello di ritrovarsi con Case di Comunità e Ospedali di Comunità privi di un modello organizzativo definito.

Forza Italia: "Difeso il rapporto fiduciario"

Di segno opposto la lettura di Forza Italia. Il portavoce nazionale Raffaele Nevi ha sostenuto che lo stop conferma la linea portata avanti dal partito negli ultimi mesi, fondata sulla tutela dell'autonomia professionale del medico di famiglia e del rapporto fiduciario con gli assistiti.

Secondo Forza Italia, i medici di medicina generale dovranno continuare a svolgere un ruolo centrale anche nelle Case di Comunità, senza però rinunciare alle caratteristiche che hanno storicamente contraddistinto la medicina convenzionata. Per questo il partito guarda ora al rinnovo dell'Accordo collettivo nazionale come principale strumento per definire la partecipazione dei professionisti alle nuove strutture territoriali.

Sindacati compatti contro il modello originario

Una posizione che trova punti di contatto con quelle espresse negli ultimi giorni dalle organizzazioni sindacali della medicina generale. Sia la Fimmg sia il Sindacato Medici Italiani hanno accolto positivamente il ritiro del progetto, giudicando inaccettabile una modifica dell'assetto della professione realizzata per via legislativa e senza un preventivo confronto contrattuale.

Pur con sfumature diverse, i sindacati condividono la richiesta di mantenere la centralità della convenzione e di individuare attraverso il negoziato le modalità di partecipazione dei medici alle Case di Comunità.

La questione resta aperta

Se il decreto può essere considerato archiviato, resta però irrisolta la questione che aveva originato l'intera riforma. Le Case di Comunità finanziate dal PNRR dovranno infatti entrare progressivamente a regime e necessiteranno della presenza di professionisti sanitari in grado di garantire servizi continuativi ai cittadini.

Il passaggio dal percorso legislativo a quello contrattuale appare oggi la soluzione politicamente più praticabile. Resta da capire se il negoziato riuscirà a conciliare esigenze che finora si sono dimostrate difficili da tenere insieme: rafforzare l'assistenza territoriale, garantire la presenza dei medici nelle nuove strutture e preservare l'attuale modello della medicina convenzionata.

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