
Non solo una questione di mutazioni o di ambiente: nel tumore del colon-retto entra in gioco anche una relazione stretta tra patrimonio genetico e microbiota. Un nuovo studio internazionale individua un meccanismo che lega i geni del paziente alla presenza di batteri coinvolti nella progressione della malattia, offrendo una chiave di lettura finora poco esplorata.
Un legame diretto tra genetica e microbiota
Il tumore del colon-retto si conferma uno dei principali "big killer" oncologici a livello globale, ma la ricerca continua a svelarne aspetti ancora poco conosciuti. Negli ultimi anni è emerso il ruolo del microbiota intestinale nello sviluppo della malattia, anche se restava da chiarire come i batteri interagissero con la predisposizione genetica individuale.
A fornire nuove risposte è uno studio coordinato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore – Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, in collaborazione con l’Università di Monastir (Tunisia), pubblicato sulla rivista scientifica Gut Microbes. Il lavoro individua un collegamento tra una variante genetica del trasportatore intestinale SLC22A4 e la presenza di Fusobacterium nucleatum, batterio associato alla progressione del tumore.
Il ruolo di Fusobacterium nucleatum nella malattia
Fusobacterium nucleatum è un batterio normalmente presente nella cavità orale, ma frequentemente riscontrato anche nei tumori del colon-retto. Diversi studi lo hanno già associato a forme più aggressive della malattia e a una prognosi meno favorevole. Analizzando campioni tumorali e tessuti intestinali di 99 pazienti, i ricercatori hanno osservato uno squilibrio significativo nel microbiota: il rapporto tra Fusobacterium nucleatum ed Escherichia coli è più elevato nei tumori rispetto ai tessuti sani. Ma il dato più rilevante riguarda la correlazione con la genetica: questo squilibrio diventa progressivamente più marcato nei soggetti portatori della variante del gene SLC22A4.
Quando il gene favorisce il batterio
Secondo Giovambattista Pani, professore associato di Patologia Generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e corresponding author dello studio, la novità del lavoro risiede proprio nell’interazione tra ospite e microbiota: "non conta solo quali batteri siano presenti nell’intestino, ma anche come questi interagiscono con il patrimonio genetico dell’ospite e come questo ‘dialogo’ possa favorire o ostacolare la loro permanenza all’interno del tumore. Una variante genetica dell’ospite sembra favorire la sopravvivenza di un batterio associato al tumore del colon-retto, creando un ambiente più permissivo alla progressione della malattia".
Il fatto che la variante riguardi una proteina coinvolta nella comunicazione tra cellule intestinali e microbiota rende il meccanismo particolarmente significativo dal punto di vista biologico.
Una risposta immunitaria più debole
Per approfondire il fenomeno, gli scienziati hanno utilizzato cellule staminali tumorali del colon modificate per esprimere la variante di SLC22A4. Le cellule, fornite da Ruggiero De Maria Marchiano, professore ordinario di Patologia Generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e presidente di Alleanza Contro il Cancro, hanno mostrato una risposta meno efficace all’invasione batterica.
In pratica, le cellule con questa variante genetica attivano una risposta immunitaria innata più debole e risultano meno capaci di eliminare Fusobacterium nucleatum. Questo porta alla creazione di un ambiente favorevole alla sopravvivenza del batterio, dando origine a una sorta di "simbiosi" tra microrganismo e cellule tumorali, che può contribuire alla progressione del cancro.
Verso una medicina sempre più personalizzata
I risultati, pur richiedendo ulteriori conferme su campioni più ampi, aprono nuove prospettive nella comprensione del tumore del colon-retto. "Il nostro lavoro mostra che una specifica variante genetica del trasportatore intestinale SLC22A4 può favorire la permanenza di un batterio associato alla progressione tumorale, attenuando le difese innate delle cellule tumorali nei suoi confronti", sottolinea ancora Pani. L’integrazione tra analisi genetica e studio del microbiota potrebbe, in futuro, consentire una migliore stratificazione del rischio, identificando i pazienti più vulnerabili e orientando strategie di prevenzione e terapia sempre più mirate.
Una collaborazione internazionale con valore strategico
Lo studio rappresenta anche un esempio significativo di cooperazione scientifica internazionale tra Italia e Tunisia. "Questa ricerca nasce dalla collaborazione tra l’Istituto di Patologia Generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Università di Monastir – conclude Pani – e assume particolare significato alla luce dell’apertura del nostro Ateneo verso il continente africano (‘Progetto Africa’)". Un lavoro che contribuisce alla comprensione biologica del tumore e rafforza anche il ruolo della ricerca traslazionale e delle partnership internazionali nello sviluppo di nuove strategie contro il cancro.




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