
L’interoperabilità dei dati sanitari potrebbe consentire ai sistemi sanitari di ridurre la spesa complessiva tra il 2,7% e il 6,6% all’anno, grazie a una maggiore efficienza organizzativa, alla diminuzione degli errori clinici, a una più rapida presa in carico dei pazienti e a un'accelerazione delle attività di ricerca. È quanto emerge da un nuovo rapporto pubblicato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), dedicato al valore strategico della condivisione dei dati in sanità.
Lo studio definisce l’interoperabilità come la capacità di sistemi, dispositivi e organizzazioni di scambiare, interpretare e utilizzare informazioni sanitarie in maniera sicura, coordinata e standardizzata. L’analisi è stata sviluppata attraverso interviste a esperti internazionali, questionari rivolti ai Paesi membri, una revisione della letteratura scientifica e un workshop dedicato.
Secondo il rapporto, l’attuale limitata integrazione dei sistemi informativi comporta costi rilevanti lungo l’intero percorso assistenziale. Una quota significativa degli errori diagnostici, che incidono per circa il 17,5% dei costi sanitari complessivi, sarebbe infatti riconducibile anche alla difficoltà di condividere tempestivamente le informazioni cliniche tra i diversi livelli di assistenza.
L’impatto riguarda anche l’esperienza dei pazienti e il lavoro degli operatori sanitari. I cittadini riferiscono una riduzione della fiducia nel sistema quando sono costretti a fornire ripetutamente gli stessi dati durante il percorso di cura, mentre oltre otto medici su dieci ritengono che la scarsa interoperabilità rappresenti un potenziale rischio per la sicurezza dei pazienti.
L’Ocse individua diversi ostacoli che limitano l’integrazione dei dati sanitari. Tra i principali figurano la mancanza di procedure condivise per la raccolta, la gestione e l’anonimizzazione delle informazioni, la frammentazione delle infrastrutture tecnologiche, modelli di governance non sufficientemente coordinati e un quadro normativo ancora eterogeneo.
Il rapporto sottolinea la necessità di sviluppare un ecosistema digitale centrato sul paziente, nel quale le informazioni cliniche vengano raccolte una sola volta e accompagnino il cittadino lungo tutto il percorso assistenziale, potendo essere riutilizzate, nel rispetto delle garanzie di sicurezza e privacy, anche per finalità di ricerca, programmazione sanitaria e salute pubblica.
L’urgenza di accelerare questo processo è ulteriormente rafforzata dalla crescente diffusione dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario. Secondo l’Ocse, infatti, la qualità degli algoritmi dipende direttamente dalla qualità dei dati disponibili: sistemi di IA alimentati da informazioni incomplete o non standardizzate rischiano di produrre risultati meno affidabili, limitandone il potenziale clinico e organizzativo.
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