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Pressione arteriosa, non conta solo il valore: le oscillazioni nel tempo possono rivelare rischi nascosti

Uno studio su oltre 57mila persone suggerisce che le variazioni della pressione tra una visita e l’altra potrebbero essere legate a un maggior rischio di ictus e mortalità, soprattutto in presenza di diabete di tipo 2
Pazienti

Quando si misura la pressione, l’attenzione si concentra quasi sempre sui valori medi. Ma c’è un altro aspetto che potrebbe avere un ruolo importante per la salute: quanto questi valori fluttuano nel tempo. Secondo una nuova ricerca presentata al congresso annuale dell’European Association for the Study of Diabetes (EASD) di Milano, le persone che mostrano oscillazioni più marcate della pressione tra una visita medica e l’altra hanno un rischio maggiore di morte e, in alcuni casi, di ictus. Lo studio suggerisce inoltre che questa informazione potrebbe aiutare a individuare pazienti particolarmente vulnerabili che oggi rischiano di passare inosservati, anche se gli esperti sottolineano che sono necessari ulteriori approfondimenti prima di introdurre questo parametro nella pratica clinica.

La scoperta

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L’analisi, coordinata dalla dottoressa Fariba Ahmadizar del Dipartimento di Medicina Generale dell’Amsterdam University Medical Centre nei Paesi Bassi, ha coinvolto 57.611 partecipanti della UK Biobank, uno dei più grandi database sanitari al mondo. All’inizio dello studio, 50.744 persone avevano livelli normali di glicemia, 5.397 erano in una condizione di prediabete e 1.470 convivevano con un diabete di tipo 2. L’età media era di 55 anni e poco più della metà dei partecipanti era rappresentata da donne. I ricercatori hanno misurato la pressione arteriosa al momento dell’arruolamento e in almeno una visita successiva, valutando quanto i valori cambiassero nel tempo e tenendo conto dell’intervallo tra le misurazioni.

Il rischio

Dopo un follow-up mediano di 5,1 anni, sono stati registrati 1.460 decessi, 571 ictus e 319 casi di demenza. La ricerca ha mostrato che una maggiore variabilità della pressione arteriosa era associata a un aumento del rischio di morte per qualsiasi causa. Il dato è emerso per tutte le misure considerate: pressione sistolica (la cosiddetta "massima"), pressione diastolica ("minima"), pressione arteriosa media e pressione differenziale. Un elemento particolarmente importante è che questa associazione rimaneva evidente anche dopo aver corretto i risultati per altri fattori, compresi i valori medi della pressione e lo stato glicemico. In pratica, non sembrerebbe contare soltanto quanto è alta la pressione, ma anche quanto tende a salire e scendere nel corso del tempo.

I numeri

Gli autori hanno osservato che ogni incremento della variabilità della pressione sistolica era associato a un aumento dell’11% del rischio di morte. Per la pressione diastolica, l’incremento del rischio era dell’8%. Le oscillazioni della pressione sono risultate importanti anche per il rischio di ictus. In particolare, una maggiore variabilità della pressione diastolica e della pressione arteriosa media è stata associata a una probabilità più elevata di andare incontro a un evento cerebrovascolare. Per ogni aumento della variabilità osservata, il rischio di ictus cresceva rispettivamente del 12% e del 10%. Gli autori precisano che queste percentuali derivano da calcoli statistici e non corrispondono direttamente a un aumento specifico della pressione espresso in millimetri di mercurio (mmHg).

Quando il diabete si associa a una pressione instabile

L’aspetto più interessante per chi vive con il diabete riguarda l’effetto combinato della malattia e delle forti oscillazioni della pressione arteriosa. Rispetto alle persone con glicemia normale e una bassa variabilità della pressione sistolica, i partecipanti con diabete di tipo 2 e una forte variabilità pressoria hanno mostrato una probabilità di morte quasi tre volte superiore durante il periodo di osservazione. Anche chi si trovava in una fase di prediabete e presentava ampie oscillazioni della pressione aveva un rischio aumentato del 62% rispetto al gruppo di riferimento. Secondo i ricercatori, questi dati non significano che la variabilità della pressione sia l’unica responsabile dell’aumento del rischio. I risultati combinano infatti l’effetto dello stato glicemico e quello delle variazioni pressorie.

La differenza nel rischio

Per comprendere meglio l’impatto di questi fattori, gli studiosi hanno anche stimato il rischio di morte a dieci anni. Tra i partecipanti con glicemia normale e una bassa variabilità della pressione sistolica il rischio era pari a circa l’1%. La percentuale saliva a circa il 2,9% nei soggetti con diabete di tipo 2 e un’elevata variabilità della pressione. Una differenza che evidenzia come il monitoraggio dell’andamento della pressione nel tempo possa fornire informazioni aggiuntive rispetto alla semplice misurazione occasionale effettuata durante una visita.

Nessun legame con la demenza

Diversamente da quanto osservato per mortalità e ictus, lo studio non ha trovato associazioni statisticamente significative tra la variabilità della pressione arteriosa e il rischio di sviluppare demenza. Si tratta di un dato importante perché suggerisce che gli effetti delle oscillazioni pressorie potrebbero riguardare specifici esiti cardiovascolari e cerebrovascolari, ma non necessariamente i processi che portano al declino cognitivo.

Gli esperti: «Servono ulteriori studi»

«I nostri risultati suggeriscono che i cambiamenti della pressione arteriosa nel tempo possono fornire informazioni aggiuntive rispetto ai valori medi rilevati nella pratica clinica», ha dichiarato Ahmadizar invitando alla prudenza: «sono necessarie ulteriori ricerche prima che la variabilità della pressione arteriosa possa essere raccomandata per l’uso clinico di routine. Tra le domande ancora aperte vi sono la possibilità di ridurre queste oscillazioni e se una loro diminuzione possa effettivamente abbassare il rischio di ictus o morte». La ricercatrice ricorda infine che si tratta di uno studio osservazionale: la ricerca mostra un’associazione tra i fenomeni osservati, ma non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto.

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