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Vaccini, Pregliasco: "Non basta più l'età, conta il profilo di rischio"

La maggiore longevità cambia la prevenzione. Patologie, esposizione, condizioni di vita e lavoro devono orientare l'offerta vaccinale nell'adulto
Vaccini

Le vaccinazioni non sono più una misura di prevenzione concentrata prevalentemente nell'infanzia. L'allungamento della vita, l'aumento delle cronicità e la maggiore fragilità che accompagna l'invecchiamento stanno spostando l'attenzione verso una protezione costruita lungo l'intero arco della vita. E l'età anagrafica, da sola, non basta più a individuare chi può beneficiare di un vaccino.

A sottolinearlo è Fabrizio Pregliasco, professore associato di Igiene generale e applicata e direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell'Università degli Studi di Milano.

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"Direi che questo è uno dei cambiamenti culturali più importanti della prevenzione. All'inizio si pensava e si immaginavano soprattutto le vaccinazioni del bambino, dell'infanzia. Poi, salvo qualche cosa, come il tetano che per alcune professioni era obbligatorio e che veniva ricordato magari in occasione di incidenti, al pronto soccorso e così via, nell'adulto la vaccinazione era molto meno presente".

Viviamo più a lungo, ma aumentano fragilità e comorbidità

A cambiare lo scenario è innanzitutto la maggiore longevità. Raggiungere età più avanzate significa anche convivere più frequentemente con patologie croniche e condizioni che aumentano la vulnerabilità alle infezioni.

"Ora non è più così, ovviamente anche perché c'è una speranza di vita maggiore. Viviamo più a lungo e quindi arriviamo avanti negli anni, ma ci arriviamo anche più fragili, con più comorbidità. C'è bisogno quindi di sostenere il sistema immunitario, perché l'immunosenescenza ci rende più vulnerabili".

Da qui il passaggio verso quello che Pregliasco definisce un vero calendario vaccinale per la vita.

"Ormai abbiamo un calendario vaccinale per la vita, che comprende diverse vaccinazioni. L'influenza sicuramente è il grande classico, anche se non è che ci vacciniamo in tanti. Il Covid ancora meno. Poi c'è il pneumococco, c'è l'herpes zoster e ora si parla anche del virus respiratorio sinciziale".

Proprio il virus respiratorio sinciziale mostra come stia cambiando la valutazione del rischio nell'adulto. Conosciuto soprattutto per la bronchiolite nei bambini, l'RSV ha un impatto rilevante anche nelle persone anziane e fragili.

"Il virus respiratorio sinciziale è famoso soprattutto per quello che provoca nei bambini, cioè la bronchiolite. Però si è visto che rappresenta anche una delle concause della pesantezza delle stagioni delle infezioni respiratorie negli adulti. Prima non veniva analizzato altrettanto e rimaneva un po' nascosto. Adesso, grazie alle nuove tecniche diagnostiche, lo misuriamo".

Dall'età al rischio della singola persona

Il passaggio successivo è superare una prevenzione scandita soltanto dalle soglie anagrafiche. L'età rimane un elemento importante, ma deve essere letta insieme alle condizioni cliniche e alle caratteristiche della persona.

"Non basta. Il problema è che ci sono profili di rischio legati alle patologie, che ovviamente possono anche accumularsi nelle persone con multimorbidità. C'è tutto un insieme di elementi da considerare: l'età, le condizioni cliniche, le situazioni di esposizione, ma anche il contesto di vita e le attività professionali. Quindi la valutazione deve tenere conto complessivamente del profilo di rischio della persona".

La prevenzione vaccinale nell'adulto può inoltre produrre benefici che vanno oltre la protezione dalla singola infezione. Tra questi Pregliasco richiama anche la possibilità di ridurre il ricorso improprio agli antibiotici.

"Vaccinarsi significa anche evitare, per esempio, l'uso sconsiderato degli antibiotici. Spesso quando c'è l'influenza si prende l'antibiotico. Se riduci l'insorgenza della sintomatologia e delle infezioni, riduci anche le occasioni nelle quali l'antibiotico viene utilizzato a casaccio".

Nelle persone anziane il risultato atteso riguarda infine anche la capacità di continuare a vivere in autonomia. "Vaccinarsi significa anche migliorare la qualità della vita e soprattutto mantenere l'autonomia, che nell'anziano rappresenta una parte importante della salute".

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