
Risultati che si mantengono nel tempo, nuove indicazioni terapeutiche e un monitoraggio sempre più solido della sicurezza. Sono questi i principali messaggi emersi al congresso della European Academy of Dermatology and Venereology (EADV), dove nuove evidenze rafforzano il ruolo dei JAK inibitori nel trattamento di diverse malattie infiammatorie e autoimmuni della pelle.
Come funzionano
Nel corso della sessione dedicata a questa classe terapeutica, la professoressa Melinda Gooderham, dermatologa e ricercatrice canadese, ha illustrato il meccanismo d'azione dei JAK inibitori, farmaci che agiscono bloccando specifiche vie di segnalazione coinvolte nei processi infiammatori e immunitari.
Particolare attenzione è stata dedicata agli inibitori di TYK2, che grazie a un meccanismo allosterico consentono una maggiore selettività d'azione rispetto agli approcci tradizionali. Secondo gli esperti, le future strategie di sviluppo potrebbero concentrarsi su bersagli sempre più specifici, con l'obiettivo di migliorare ulteriormente efficacia e tollerabilità.
Sei anni di trasformazione terapeutica
A fare il punto sullo scenario internazionale è stato Bruno Duarte, dermatologo dell'Università di Lisbona, che ha ricordato come nel settembre 2020 nessun JAK inibitore fosse approvato in dermatologia, mentre oggi sono nove i farmaci che hanno ottenuto almeno un'autorizzazione da parte di EMA o FDA.
Tra le più recenti novità figurano le approvazioni per l'alopecia areata e quella di upadacitinib per la vitiligine non segmentale. «La domanda oggi non è più se usare i JAK inibitori, ma come combinarli per ottenere risultati migliori – ha osservato Duarte – in pratica, si può associare quasi tutto, purché in modo ragionevole».
Sicurezza: cosa sappiamo oggi
Uno dei temi più discussi riguarda il profilo di sicurezza di questi farmaci. A intervenire sull'argomento è stato Ignasi Figueras Nart, dermatologo dell'Università di Barcellona, che ha ricordato come alcune delle preoccupazioni iniziali derivassero da studi condotti in popolazioni molto diverse da quelle dermatologiche.
I dati provenienti dagli studi di fase III, dalle metanalisi e dalla pratica clinica non hanno evidenziato aumenti significativi di eventi cardiovascolari maggiori, tromboembolie venose o tumori rispetto ai tassi attesi nelle popolazioni trattate per dermatite atopica e alopecia areata. Rimane invece da monitorare il rischio di herpes zoster, che appare correlato alla dose e per il quale gli specialisti raccomandano vaccinazione preventiva e utilizzo della minima dose efficace. «Prima si interviene contro l'herpes zoster, migliori sono i risultati – ha sottolineato Figueras Nart– La terapia dovrebbe essere sospesa solo nei casi di malattia chiaramente severa».
I risultati a lungo termine
A confermare la solidità delle evidenze è stato Seemal Desai, dermatologo statunitense e direttore dell'Innovative Dermatology di Dallas, che ha passato in rassegna i principali dati di follow-up disponibili. Le informazioni raccolte negli anni mostrano infatti un’efficacia duratura dei trattamenti nelle principali patologie infiammatorie cutanee. Nella dermatite atopica, farmaci come upadacitinib, baricitinib e abrocitinib hanno mantenuto il controllo dei sintomi nel tempo senza far emergere nuovi segnali di sicurezza.
Anche nell'alopecia areata sono stati osservati benefici persistenti sulla ricrescita dei capelli, mentre nella vitiligine gli esperti hanno ricordato che la ripigmentazione richiede tempi lunghi e che l'estensione delle lesioni non rappresenta l'unico parametro per valutare la gravità della malattia. «Non bisogna interrompere il trattamento troppo presto solo perché la risposta non arriva immediatamente», ha concluso Desai. «La terapia a lungo termine è fondamentale».
Una classe di farmaci sempre più centrale
I JAK inibitori stanno assumendo un ruolo di crescente importanza nella gestione delle malattie dermatologiche immunomediate. L'ampliamento delle indicazioni, la disponibilità di dati di lungo periodo e l'esperienza crescente nella pratica clinica stanno contribuendo a definirne meglio il posizionamento terapeutico e i criteri di utilizzo nei diversi profili di pazienti.




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