
I ricercatori hanno esaminato la letteratura scientifica per valutare l’associazione tra ADHD e mortalità complessiva e per cause specifiche. L’analisi ha rilevato, nelle persone con il disturbo, un rischio di mortalità per tutte le cause superiore del 71% rispetto ai gruppi di confronto. L’associazione è emersa anche per diverse cause di morte. In particolare, il rischio di mortalità per suicidio è risultato più elevato dell’89%, mentre quello legato a lesioni intenzionali o non intenzionali è aumentato del 55%. Per la mortalità dovuta a cause naturali, l’incremento stimato è stato del 27%. Gli autori sottolineano che questi dati descrivono associazioni statistiche e non dimostrano, da soli, un rapporto causale diretto tra ADHD e mortalità
Un risultato rilevante riguarda il trattamento farmacologico. Nelle persone con ADHD, l’uso di farmaci per il disturbo è risultato associato a una riduzione del 25% del rischio di mortalità per tutte le cause (HR 0,75; IC 95% 0,64-0,87).
Il dato suggerisce un possibile ruolo del trattamento nella riduzione del rischio complessivo, ma deve essere interpretato considerando la natura osservazionale degli studi inclusi e le possibili differenze tra le persone trattate e quelle non trattate. La meta-analisi, inoltre, non consente di attribuire l’associazione a uno specifico farmaco o di stabilire con certezza un effetto protettivo causale.
Il rapporto tra ADHD e mortalità potrebbe dipendere da una combinazione di fattori clinici e psicosociali. Gli autori richiamano la frequente coesistenza di altre condizioni, tra cui depressione, disturbi d’ansia, disturbo post-traumatico da stress e disturbi da uso di sostanze. Anche la possibile presenza concomitante di autismo e le condizioni di svantaggio sociale, esclusione e stigma possono contribuire al rischio.
La variabilità osservata tra gli studi è un ulteriore elemento da considerare: per la mortalità complessiva, l’eterogeneità statistica è risultata molto elevata (I²=98%). Sono quindi necessari ulteriori approfondimenti per comprendere quali gruppi di persone con ADHD presentino il rischio maggiore e quali fattori siano modificabili attraverso interventi mirati.
Nel complesso, i risultati rafforzano l’importanza di riconoscere l’ADHD e garantire un accesso appropriato alla valutazione e al trattamento lungo tutto l’arco della vita. Gli autori evidenziano la necessità di un’assistenza continuativa, capace di considerare non soltanto i sintomi del disturbo, ma anche le comorbilità e i fattori di rischio potenzialmente modificabili.
La ricerca futura dovrà includere campioni più rappresentativi e approfondire le differenze legate a genere, condizioni socioeconomiche e altre caratteristiche individuali. L’obiettivo è individuare strategie di prevenzione e cura che possano ridurre il rischio di mortalità prematura nelle persone con ADHD.




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