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Salute mentale, dai social all’IA cresce il rischio delle autodiagnosi

Adhd, autismo e disturbo borderline tra le condizioni più frequentemente riconosciute dagli utenti nei propri comportamenti. Lo psichiatra Ravera: la diagnosi richiede una valutazione clinica
Psichiatria

Social network e strumenti di intelligenza artificiale stanno modificando anche il modo in cui le persone cercano informazioni sulla propria salute mentale. La maggiore disponibilità di contenuti su disturbi e condizioni cliniche ha contribuito ad aumentare la consapevolezza, ma può anche alimentare la tendenza all’autodiagnosi, soprattutto tra i più giovani.

Adhd, autismo e disturbo borderline di personalità sono tra le condizioni più frequentemente al centro dei contenuti diffusi attraverso le piattaforme digitali. Il rischio è ricondurre comportamenti ed esperienze comuni a specifiche diagnosi, senza una valutazione clinica in grado di distinguere una difficoltà transitoria dalla presenza di un disturbo. A richiamare l’attenzione sul fenomeno è Furio Ravera, psichiatra della Casa di Cura Le Betulle e cofondatore del Gruppo Ginestra, che sottolinea il ruolo assunto dalla continua esposizione agli stimoli digitali.

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Social network tra maggiore consapevolezza e informazioni imprecise

Piattaforme come Instagram e TikTok hanno contribuito a rendere più accessibile il dibattito sulla salute mentale, portando all’attenzione di un pubblico ampio condizioni che in passato erano meno conosciute o maggiormente esposte allo stigma. La semplificazione necessaria alla comunicazione sui social può però favorire la diffusione di contenuti imprecisi. Difficoltà di concentrazione, irrequietezza, impulsività o problemi nelle relazioni possono così essere interpretati come segnali sufficienti per riconoscersi in una determinata condizione clinica.

Il problema non riguarda la ricerca di informazioni sulla propria salute, ma il passaggio dalla conoscenza dei sintomi all’attribuzione autonoma di una diagnosi.

Il caso dell’Adhd

Tra le condizioni maggiormente interessate dal fenomeno figura l’Adhd, il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività. Dal punto di vista neurofisiologico, il disturbo è caratterizzato da un’alterazione dei meccanismi attraverso i quali la corteccia prefrontale regola le attività coinvolte nel controllo dell’attenzione, dell’impulsività e del movimento. La diffusione di contenuti dedicati all’Adhd ha aumentato l’attenzione verso il disturbo anche nella popolazione adulta, determinando una crescita delle richieste di valutazione.

La presenza di difficoltà di concentrazione o di altri sintomi compatibili non è però sufficiente, da sola, a formulare una diagnosi. "Il criterio per formulare una diagnosi di Adhd rimane la presenza dei sintomi fin dall’età evolutiva", spiega Ravera. "Nei bambini si fa attraverso una diagnosi pediatrica, negli adulti mediante una ricostruzione della storia clinica infantile del paziente".

Quando anche l’intelligenza artificiale diventa uno strumento di autodiagnosi

Al ruolo dei social network si aggiunge oggi quello dell’intelligenza artificiale. La possibilità di descrivere i propri sintomi a un sistema conversazionale e ottenere rapidamente informazioni sulle possibili cause può favorire l’accesso a contenuti sulla salute mentale, ma anche rafforzare interpretazioni formulate senza una valutazione professionale.

Le risposte ottenute attraverso questi strumenti dipendono dalle informazioni fornite dall’utente e non possono sostituire il percorso necessario per formulare una diagnosi, che comprende la valutazione dei sintomi, della loro durata, dell’impatto sulla vita quotidiana e della storia clinica della persona. Il rischio è quello di utilizzare social e IA non come strumenti per acquisire informazioni e decidere eventualmente di rivolgersi a uno specialista, ma come conferma di una diagnosi già formulata autonomamente.

Dall’informazione alla diagnosi clinica

La crescente attenzione verso la salute mentale rappresenta uno dei cambiamenti prodotti dalla diffusione dei contenuti digitali. Una maggiore conoscenza dei disturbi può aiutare a riconoscere situazioni di disagio e favorire la richiesta di assistenza. Il passaggio dalla conoscenza alla diagnosi richiede però una valutazione clinica. Sintomi simili possono essere presenti in condizioni differenti o manifestarsi, in alcuni periodi della vita, anche in persone che non presentano un disturbo psichiatrico.

Social network e intelligenza artificiale possono quindi rappresentare un primo strumento di informazione, ma non sostituiscono il lavoro necessario per stabilire la presenza di una condizione clinica e individuare, quando necessario, il percorso terapeutico più appropriato.

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