
Le dipendenze cambiano e diventano sempre più complesse da riconoscere e trattare. Accanto all'uso di sostanze emergono problematiche psichiatriche, comportamenti a rischio e nuove vulnerabilità che chiamano in causa anche i medici di medicina generale, potenziali interlocutori privilegiati per intercettare precocemente il disagio e orientare i pazienti verso i servizi specialistici.
È il quadro che emerge dalle esperienze presentate al XV Congresso nazionale FeDerSerD, svoltosi a Napoli dal 14 al 16 ottobre. I lavori hanno evidenziato la necessità di rafforzare l'integrazione tra i servizi per le dipendenze, la medicina territoriale e le altre strutture sanitarie e sociosanitarie, superando una gestione frammentata dei bisogni assistenziali.
Il medico di famiglia come primo interlocutore
La trasformazione delle dipendenze pone una questione che riguarda direttamente l'assistenza primaria: riconoscere situazioni problematiche anche quando il paziente non manifesta apertamente una richiesta di aiuto legata all'uso di sostanze o a comportamenti di dipendenza. Disturbi del sonno, sintomi ansiosi e depressivi, difficoltà relazionali, problemi lavorativi e ricorso ripetuto a farmaci possono rappresentare occasioni per approfondire condizioni di vulnerabilità che altrimenti rischiano di rimanere sommerse. Si tratta di manifestazioni aspecifiche, che non costituiscono di per sé indicatori di dipendenza, ma possono suggerire l'opportunità di una valutazione più ampia.
In questo contesto, la continuità del rapporto tra medico di famiglia e assistito rappresenta una risorsa importante. La conoscenza della storia clinica, del contesto familiare e delle condizioni sociali può favorire l'identificazione di cambiamenti comportamentali e facilitare un primo confronto su questioni che spesso incontrano ostacoli legati allo stigma. Il ruolo del MMG non è sostituirsi allo specialista delle dipendenze, ma contribuire al riconoscimento del problema, alla valutazione iniziale e all'eventuale invio ai SerD, mantenendo un raccordo con i professionisti coinvolti nella presa in carico.
Chemsex e ADHD, quando la dipendenza si intreccia con la salute mentale
Tra le problematiche affrontate durante il congresso figura il chemsex, ossia l'impiego di sostanze psicoattive in contesti sessuali. Il fenomeno richiede un approccio capace di integrare la valutazione dei comportamenti di consumo con quella della salute sessuale e psicologica, evitando automatismi diagnostici e atteggiamenti stigmatizzanti. Uno studio pilota condotto dal SerD Canzio dell'ASST Fatebenefratelli Sacco e dall'Università degli Studi di Milano ha esaminato l'impiego della terapia cognitivo-comportamentale di gruppo in uomini che fanno sesso con uomini coinvolti in pratiche di chemsex. L'esperienza richiama l'attenzione sulla necessità di interventi specifici e multidisciplinari.
Un secondo ambito riguarda la possibile compresenza di sintomi riconducibili al disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) nelle persone con dipendenze. Un lavoro dell'ASST Brianza ha approfondito la relazione tra sintomatologia ADHD e continuità terapeutica attraverso un follow-up di dodici mesi. Per la medicina generale, queste esperienze sottolineano l'importanza di non considerare isolatamente i singoli sintomi e di favorire, quando appropriato, una valutazione specialistica delle possibili comorbilità psichiatriche. Il riconoscimento di condizioni concomitanti può infatti contribuire alla definizione di percorsi terapeutici più adeguati.
Adolescenti e nuove fragilità, la prevenzione passa dall'ascolto
Un'altra area di attenzione riguarda gli adolescenti, per i quali il rapporto con il rischio e la sperimentazione di comportamenti potenzialmente dannosi richiedono strumenti di prevenzione capaci di andare oltre la semplice informazione sulle conseguenze dell'uso di sostanze. Un'esperienza sviluppata dal Dipartimento Dipendenze dell'ASL Napoli 1 Centro ha utilizzato l'autobiografia come strumento per esplorare il vissuto degli adolescenti e comprendere il significato attribuito ai propri comportamenti.
Anche in questo ambito la medicina territoriale può contribuire all'intercettazione precoce delle fragilità, attraverso la collaborazione tra medici di famiglia, pediatri di libera scelta, servizi per l'età evolutiva e strutture specialistiche. La possibilità di individuare tempestivamente situazioni di disagio dipende tuttavia dalla disponibilità di percorsi di accesso chiari e dalla capacità dei diversi professionisti di comunicare e collaborare.
SerD e Case della Comunità, verso una rete più accessibile
La riorganizzazione dell'assistenza territoriale costituisce un altro elemento centrale nelle prospettive indicate da FeDerSerD. La Federazione ha già richiamato la necessità di una collaborazione strutturata tra SerD, Case della Comunità, medici di medicina generale, servizi sociali e Terzo settore, con l'obiettivo di migliorare l'accessibilità e la continuità delle cure. In questa direzione si colloca l'esperienza dell'ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che ha presentato un modello di riorganizzazione dei servizi per le dipendenze secondo un sistema hub & spoke, fondato sull'integrazione tra strutture specialistiche e punti di assistenza distribuiti sul territorio.
Il modello punta a superare una concezione esclusivamente centralizzata dei servizi, avvicinando le possibilità di accesso ai cittadini e favorendo il coordinamento tra competenze differenti. Per i MMG, una rete territoriale maggiormente integrata potrebbe tradursi nella possibilità di orientare più rapidamente i pazienti verso percorsi specialistici, condividere informazioni cliniche nel rispetto della riservatezza e contribuire al monitoraggio delle condizioni generali di salute durante il trattamento.
«Le dipendenze sono un fenomeno in continua evoluzione e i nostri servizi devono essere in grado di evolvere con esse», ha dichiarato Roberta Balestra, presidente nazionale FeDerSerD, sottolineando la necessità di riconoscere le fragilità psicologiche, intercettare precocemente i comportamenti a rischio e costruire percorsi personalizzati.
Cinque esperienze premiate per l'innovazione nei servizi
Le esperienze su chemsex, ADHD, prevenzione adolescenziale e riorganizzazione territoriale, insieme a un progetto sull'assistenza alle persone con dipendenze in carcere, hanno ricevuto ex aequo il Premio nazionale Guido Faillace 2026, assegnato durante il congresso. I cinque lavori sono stati selezionati tra 131 contributi presentati da professionisti dei servizi italiani.
La prospettiva che emerge è quella di un'assistenza nella quale la capacità di riconoscere precocemente i bisogni diventa importante quanto la disponibilità di trattamenti specialistici. Per la medicina generale, la sfida consiste nel contribuire a questa rete senza assumere impropriamente funzioni specialistiche, ma valorizzando la continuità assistenziale e la conoscenza dei pazienti come strumenti di prevenzione e accesso alle cure.




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