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Ricadute per 80% di casi cancro all'ovaio, un farmaco le ritarda

Ginecologia

 "Si tratta di una svolta importante nel trattamento di una malattia che negli ultimi anni non ha offerto nuove opzioni terapeutiche", spiega Sandro Pignata, dell'Istituto tumori Fondazione 'G. Pascale' di Napoli. Il problema è che "in questa forma di cancro la diagnosi precoce è difficile perché non vi sono sintomi che la permettano". Risultato: "Nell'80% dei casi il tumore viene scoperto solo quando è già in fase avanzata. Siamo riusciti a cronicizzare la malattia grazie alle armi che abbiamo oggi a disposizione", continua l'esperto. Tuttavia, precisa, "uno dei problemi più importanti nel trattare questa patologia non è la risposta iniziale alla chemioterapia, ma il fatto che per la maggior parte delle pazienti il tumore si ripresenta dopo un certo periodo di tempo, nella maggior parte dei casi entro 15 mesi dalla diagnosi iniziale". Lo studio 'Icon7', illustrato all'Esmo, ha coinvolto 1.528 donne suddivise in due gruppi: al primo è stato somministrato il trattamento standard, al secondo la chemioterapia tradizionale più bevacizumab. I dati definitivi saranno disponibili fra due anni, ma i risultati preliminari confermano quelli già evidenziati dal trial 'Gog 0218' al Congresso americano di oncologia medica (Asco) del giugno scorso: bevacizumab, somministrato durante e dopo la chemio, ritarda la recidiva di mesi rispetto alla sola chemioterapia.

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Il carcinoma ovarico è il sesto tumore più diffuso fra le donne, ricordano gli oncologi. Eppure i suoi sintomi sono difficili da individuare, soprattutto in stadio iniziale, e spesso vengono scambiati per altri disturbi di minore entità. "Anche se non vi sono fattori di rischio chiaramente dimostrati è importante puntare sulla prevenzione - suggerisce Marco Venturini, presidente eletto dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) - Attenzione quindi allo stile di vita, seguendo un'alimentazione corretta ed evitando il fumo di sigaretta. Sappiamo inoltre che le donne con una parente di primo grado colpita da carcinoma ovarico hanno un rischio più elevato di svilupparlo. Si tratta di tumori causati da mutazioni genetiche ereditarie. E oggisono disponibili test per accertare queste alterazioni", precisa l'esperto."L'approccio al trattamento di questa neoplasia è necessariamente multidisciplinare - conclude Pignata - La collaborazione tra ginecologo e oncologo è fondamentale, perché il carcinoma ovarico è una patologia per la quale sono essenziali sia la componente chirurgica sia la terapia medica".
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