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Intervista esclusiva con Balduzzi: tempi brevi per i medici di base sette giorni su sette. I Nas denunciano 700 medici. La proposta del direttore sanitario del Santa M. Nuova di Firenze Geddes: camici bianchi e infermieri in strutture territoriali

Sanità pubblica

Ministro, i medici di base iscritti a Dottnet non sembrano molto convinti della sua proposta di aprire gli ambulatori sette giorni su sette.

Non è vero: dai contatti che ho avuto con i rappresentanti della categoria ho avuto la conferma invece che l’idea piace. E piace soprattutto agli utenti; per cui visto che anche i medici di famiglia sono anche loro utenti, sono certo che l'iniziativa incontra il favore di tutti.  Mi chiedono, però, di studiare con attenzione e tutti insieme l’applicabilità sul territorio.

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Su questo punto però occorre anche la collaborazione delle regioni e degli enti locali

Senza dubbio. Tocca infatti a loro mettere a punto il lato pratico dell’attività.

Che tempi ci sono?

Sicuramente brevi, perchè la proposta rientra nel Patto della salute che va approvato senza eccessive lungaggini che altrimenti comprometterebbero il sistema sanitario.

Anche l’intramoenia è un capitolo aperto, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti napoletani.

 C'è una componente di illegalità che va combattuta e c'è una componente fisiologica dell'attività libero professionale dei medici che va regolata. Ci stiamo lavorando per rispettare la scadenza del 30 giugno. Noi abbiamo situazioni regionali dove i problemi legati all'intramoenia sono stati risolti con le stesse regole che sono a disposizione di tutti: significa non e' un problema di regole ma di applicazione.

Nel dettaglio qual è il programma legislativo?

Ho anticipato che in commissione parlamentare, nei prossimi giorni, presenterò una proposta per riportare a regime il problema dell' intramoenia  senza penalizzare inutilmente nessuno ma riuscendo a mettere con maggiore chiarezza delle regole che possano essere facilmente controllate e rispettate avendo come risultato un miglioramento del SSN. L'intramoenia non nasce come un privilegio dei medici ma come un servizio per migliorare il servizio sanitario nazionale. Sui tempi per i provvedimenti non possono essere che brevi in quanto la scadenza della proroga è fissata per il 30 giugno.


L'idea di Geddes

Marco Geddes, Direttore Sanitario dell'Ospedale Santa Maria Nuova - ASL Firenze -, ha pubblicato su Saluteinternazionale un interessante intervento sulla questione medici di famiglie e pronto soccorso che va ben oltre la proposta del ministro Balduzzi. Lo riportiamo per intero perché contiene spunti interessanti e proposte innovative sulle quali, tuttavia, chiediamo il vostro commento.

Il video shock sul Pronto soccorso del Policlinico Umberto I di Roma diffusi recentemente sono un remake di un film visto già troppe volte! Il problema è noto, come sono note le soluzioni. Ma chi le attua? In questi giorni ho assistito a un film che avevo già visto precedentemente, in versione leggermente diversa. Si titolava: “Affollamento al Pronto Soccorso! Condizioni oltre i limiti della decenza. Blitz dei Nas”.

“Il remake, recita Wikipedia, può essere più o meno fedele all’originale: si può ad esempio cambiare l’ambientazione (nello specifico generalmente si ambienta al Policlinico di Roma, qualche personaggio o attualizzare la trama”.   Una trama che si volge in dieci “scene”:

 1. I cittadini hanno un problema: piccolo trauma, disturbo intestinale, attacco di sciatica, leggera dolenzia precordiale…

 2. Al di fuori dell’ospedale non ci sono risposte adeguate per una parte preponderante  di tali problematiche.

 3. In ospedale ci sono strumenti e medici e li è sempre aperto, anche di notte, sabato e domenica.

 4. La persona va al pronto soccorso; molti PS, in particolare nei centri urbani e nelle metropoli, sono sovraffollati, specie in alcuni periodi dell’anno (influenza, molto freddo etc.).

 5. I medici del PS non sono in grado di “smaltire” le richieste e gestire rapidamente all’interno del PS i percorsi diagnostici.

 6. I reparti non sono disponibili ad accogliere pazienti, perché pieni o, in alcuni casi, con posti prenotati per il giorno successivo (un tumore del colon da operare; un impianto di pacemaker che deve essere effettuato; uno scompensato che è instabile etc.).

 7. I pazienti restano in barella per ore e ore; la disponibilità di barelle si esaurisce e si ricorre pertanto a quelle da lungo tempo accantonate in attesa di riparazione.

 8. Qualcuno telefona ad un quotidiano, il giornalista arriva, vede casi “eclatanti” e effettua un servizio. La televisione riprende la notizia e la tematica viene dibattuta anche nei talk show della settimana.

 9. I parlamentari passano (nel senso che vanno al pronto soccorso, non che ritornano alla precedente occupazione); il Ministro fa alcune dichiarazioni e manda i Nas; i medici di base dichiarano che non è certo per causa loro, è inutile che gli si chieda di lavorare a turno di giorno prefestivo o festivo (ci mancherebbe!); i medici del pronto soccorso fanno presente che non possono certo mandare via chi arriva e che sono necessarie ulteriori risorse (personale, tecnologie); i manager assumono alcuni impegni;  i supposti responsabili (non è ben chiaro di cosa…) sono sospesi dall’incarico (la formula usata nel copione è generalmente “a titolo cautelativo”).

 10. La sceneggiatura viene poi riposta nel cassetto pronta per la prossima occasione.

 

All’analisi dei problemi del pronto soccorso, poiché analoga a quella di molti altri paesi, è dedicata un’ampia letteratura, da cui si desumono i punti di criticità e le possibili soluzioni, e si evidenzia anche la rilevanza, sotto il profilo degli esiti, di una prolungata permanenza nel pronto soccorso.  Le valutazioni che emergono, sulla base di complesse indagini e revisioni della letteratura, offrono chiare indicazioni. Il problema nostro non è quindi tanto analitico quanto attuativo.

Vi sono – ovviamente – tre ambiti, temporali e spaziali, su cui intervenire, che descriverò in termini semplicistici:

 1. A monte del pronto soccorso: rispondere ai bisogni necessari al di fuori dell’ospedale; ridurre pertanto l’afflusso e aumentare l’appropriatezza degli accessi al pronto soccorso.

 2. All’interno del pronto soccorso: selezionare in modo adeguato le problematiche in modo da indirizzare il paziente nel percorso idoneo e rendere così più fluidi i percorsi.

 3. A valle del pronto soccorso: assicurare un adeguato flusso verso i reparti di degenza per quei pazienti (che, a seconda della tipologia di PS oscillano fra il 15% e il 20% degli accessi) che necessitano di ricovero.

 

Per ciascuno di questi “comparti” vi sono politiche sanitarie e strategie gestionali efficaci, ma non è possibile che il sistema funzioni, se non si agisce, contestualmente, su tutti e tre i punti.  Se si interviene prevalentemente o solo, come si sta facendo, sul pronto soccorso, si realizzeranno strutture adeguate dal punto di vista ambientale, si amplierà e ristrutturerà la diagnostica per immagini con un’area dedicata ai pazienti in urgenza, si attueranno sistemi efficienti di trattamento dei pazienti, con percorsi affidati agli infermieri per alcune patologie e piccoli traumi (il fast track è, ad esempio, un percorso che ha migliorato il flusso), con la conseguenza che le prestazioni, erogate dal PS saranno più adeguate e attuate più celermente, ma il collo di bottiglia, rappresentato dalla capacità di “assorbire” pazienti dai reparti resterà immodificato. I malati in attesa di ricovero resteranno per lungo tempo in barella, ammassati in una area di osservazione, in realtà di stazionamento, definita di volta in volta “piazzetta”, “stanzone”, “budello”, a seconda delle caratteristiche del locale.  Contestualmente, non affrontando la situazione a monte, cioè l’offerta territoriale, si aumenteranno gli accessi ai pronto soccorso, reso ancora più attrattivo e funzionale (un “ospedale nell’ospedale”), unico luogo dotato di adeguate risorse per dare una qualche risposta.

Quali sono, in sintesi, le possibili strategie di intervento.

 A monte del Pronto Soccorso è necessario realizzare alternative, superando un dibattito sterile rispetto alla “disponibilità” del medico di famiglia in periodo prefestivo e festivo. È ovvio che non è possibile continuare ad assicurare a un medico del servizio sanitario – quali sono i medici curanti – 52 o 53 week end, con inizio il venerdì alle 20 (se va bene) e fine il Lunedì mattina, oltre a ferie e altre festività. Un sistema così si è modellato sulla società italiana degli anni Settanta, quando venivano predisposte le prime convenzioni uniche nazionali. La società è cambiata. Il sabato e la domenica sono, per molti, giorni di lavoro; molti negozi e in particolare librerie e grandi magazzini sono aperti continuativamente e i centri delle città sono affollati dagli abitanti (e non solo dai turisti). Una organizzazione che escluda a priori la attività di tutti i medici di base nel fine settimana è del tutto anacronistica. Se ci si limitasse a questo, tuttavia, si intercetterebbe una fascia minimale dei casi che si rivolgono, impropriamente, al pronto soccorso e si rischierebbe solo di ampliare gli orari utili per… farsi misurare la pressione, ritirare una ricetta, farsi prescrivere le analisi raccomandate dallo specialista.

La chiave di volta è realizzare strutture territoriali che raggruppino un consistente numero di medici di base, ma che nel contempo siano dotate di una presenza infermieristica, siano in grado di effettuare alcuni esami, siano equipaggiate di strutture diagnostiche, siano connesse con l’ospedale al fine di trasmettere immagini, ecg e avere una refertazione e una consulenza. Vi è ormai, anche qui, un’ampia letteratura e vari confronti internazionali evidenziano come investimenti in tal senso, realizzando strutture in cui attuare la sanità di iniziativa, riescono a ridurre gli afflussi al pronto soccorso e a diminuire la ospedalizzazione, grazie anche alla capacità di prevenire – con una adeguata gestione delle cronicità – il ripetersi di episodi acuti che portano al ricovero.

A valle del pronto soccorso è indispensabile far si che il flusso dei pazienti sia continuo, con i necessari provvedimenti di riorganizzazione della attività di degenza, aggregando i pazienti in aree omogenee, per utilizzare al meglio le disponibilità di posti letto. È inoltre necessario che il flusso delle attività non si interrompa, di fatto, dal venerdì, ma che – almeno il sabato – sia giornata  di “ordinarie dimissioni”. Ciò vuol dire non solo ripensare all’organizzazione dei reparti di degenza, ma anche al sistema esterno: case di cura convenzionate, trasporti in ambulanza, attivazione dell’assistenza domiciliare.   Inoltre, se i reparti devono funzionare per accogliere i pazienti in urgenza e per effettuare una attività di high care, come è previsto negli ospedali dotati di pronto soccorso, è indispensabile un potenziamento del sistema di cure intermedie, in cui collocare quei pazienti che necessitano di un livello assistenziale inferiore, ma che non possono essere indirizzati direttamente a domicilio.

 

La politica sanitaria si è orientata in tal senso? E per fare questo sono necessarie nuove risorse o è possibile operare in un sistema “isorisorse” (con parola che è sulla bocca di tutti)?

Fatte salve le ampie differenze fra regione e regione – a tutti note – a mio parere un giudizio complessivo è di generale insufficienza rispetto alla sfida che il sistema sanitario ha di fronte e di occasioni perse.

La “generale insufficienza” deriva da un ampliamento della forbice fra ciò che si è investito in ospedale e ciò che si è investito in strutture territoriali. Non si è realizzato un sistema di punti di primo soccorso con la conversione dei piccoli ospedali periferici, ma spesso prossimi o ben collegati ai grandi ospedali; gli ospedali di comunità sono esperienze limitate e – mi pare – non in crescita; le connessioni fra la rete informatica dei servizi territoriali e gli ospedali (ad esempio la trasmissione delle immagini radiologiche) è collocata come l’ultima delle priorità rispetto alle connessioni interospedaliere.

L’occasione persa è stata lo scarsissimo utilizzo per strutture territoriali dei finanziamenti  previsti all’articolo 71 della legge 23 dicembre 1998, n. 448 e la mancanza di cogenti indicazioni nella convenzione unica per la medicina generale.

Investimenti: anno 1998, prima dell’Euro, (ecco qui il film su cui si è realizzato uno dei remake). Scandalo al Policlinico Umberto I di Roma: sovraffollamento al pronto soccorso, sale operatorie non a norma. Interviene la magistratura: sequestri di parti della struttura, altri interventi a Napoli, Palermo.  Il Ministro Bindi vara un piano di finanziamento straordinario delle aree metropolitane, di 1500 miliardi finalizzato ad alcuni obiettivi prioritari, fra cui  la riqualificazione, la riorganizzazione ed il miglioramento degli strumenti di coordinamento della rete dei servizi ai cittadini e  la territorializzazione dei servizi. Molti obiettivi di tale piano sono stati, in alcune regioni, realizzati; non certo investimenti nella territorializzazione, che o non sono stati proposti o, quando approvati, sono stati poi progressivamente abbandonati.

Convenzioni: il rinnovo delle convenzioni della medicina generale non ha mai inciso in maniera significativa nel potenziamento delle dotazioni per tale attività: non si prevedono forme di accreditamento delle strutture dei medici di base, non incentivi ad investimenti né – corrispettivamente – penalizzazioni in caso di non adeguatezza a standard di locali ed attrezzature. Su tali questioni non vi sono proposte da parte dei contraenti, né Stato-Regioni, né, tanto meno da parte dei – seppur attenti – rappresentanti dei medici.

Veniamo al problema isorisorse. Non è possibile questa riorganizzazione in termini di isorisorse. La scelta isorisorse è una dichiarazione di non scelta, ovvero di tagli indiscriminati, che si accompagna all’approvazione di molti piani regionali. In tale formula si nasconde la non decisione di dire dove si investe e – nel contempo – di indicare cosa non si fa, quali strutture si convertono, quali acquisizioni si sospendono o si annullano. Un solo esempio: ci sono due regioni particolarmente esposte, in termini sia economici (disavanzi che piani di rientro) sia di efficienza sanitaria (la situazione nei pronti soccorso, e non solo): Lazio e Campania.

Prendiamo due parametri: Consumo di antibiotici e alte tecnologie (Tac e Risonanza Magnetica, RM).

 Consumo di farmaci antibiotici. DDD per 1000 abitanti[9]: Minimo (prov. Bolzano) = 16,1; Media nazionale = 28,3; Lazio = 33,0; Campania = 39,9.

 

Alte tecnologie. Tac per 1.000.000 di abitanti: Media OCSE = 22,8;  Media Italiana = 30,3 (+32,9% vs. OCSE); Lazio = 33,3; Campania = 51,1. RM per 1.000.000 di abitanti: Media OCSE = 12,2; Media italiana = 20,6 (+68,9% vs. OCSE); Lazio = 24,4; Campania = 21,1. In un Paese che ha oltre il doppio di Tac del Canada (13,9), il triplo dell’Olanda (11,3) e della Francia (11,1); che presenta analoghi dati per le RM (Canada 8,0; Olanda 11,0) e circa il quadruplo della dotazioni della Francia (6,4)[10], possiamo pensare ad una riconversione di risorse verso le strutture territoriali e la sanità di iniziativa, oppure verremo fuori da questa crisi dei pronto soccorso con un potenziamento delle tecnologie?

Sanità pubblica
Commenti
GV
Giancarlo Valli
Con il front office quotidiano nella pratica del MMG che implacabilmente esaurisce ogni forza fisica e nervosa,diventa quasi impossibile improvvisare una Medicina da Pronto Soccorso.(sorvoliamo sulla preparazione)....E'' come se obbligassero i medici del P.S. a fare ricette e Piani Terapeutici, rispetto note Aifa e quant'altro...Alla fine la montagna partorira' un topolino.Altrimenti : i medici perderanno la salute peggio dei loro pazienti . Fate lavorare con calma e ragionamento clinico ,sia l'ospedaliero,sia il MMG,obbligo di aggiornamento vero e pratico.Ora che sono pensionato frequento ogni giorno corsi di aggiornamento,ho visto angioplastiche coronariche,ho scoperto che una febbre sensibile all'indometacina e' indice quasi sicuro di neoplasia, l'emocromatosi genetica non e' rara (1 su 10 e' recessivo),non viene quasi mai diagnosticata . Chi lo sapeva che la mano di un emocromatosico e' quasi uguale a quelle dell'A.R. ? Ci vuole calma e,soprattutto TEMPO....Tempo e Spazio ,i due grandi assenti si questa era consumistica.
Rispondi
14/03/2012 19:49
LC
Luigi Casadei
Confesso di non capirci più niente! In quasi due anni che frequento questo Blog, ho cercato di parlare solo quando avevo ARGOMENTAZIONI e motivi sufficienti per contribuire costruttivamente (come si usava dire un tempo, ahimé lontano). Ora accade che interlocutori con alte responsabilità o alta visibilità, dimostrano scarsa dimestichezza con la materia su cui essi (chiamati dalla storia!) vogliono intervenire. Peccato che la materia sia viva, anzi sia la nostra vita stessa e quella dei nostri pazienti. I presupposti iniziali di molti discorsi sono palesemente sbagliati e frutto di una analisi frettolosa. I rimedi proposti sembrano invece improvvisati e di foggia amatoriale. Come dimenticare che siamo il Paese dove un ex Ministro della Salute trovò la Soluzione all’emergenza della calura estiva ordinando di portare gli anziani nei centri commerciali? Ma non c’è più neanche bisogno dei centri commerciali: l’aria che tira oggi, è già abbastanza condizionata...
Rispondi
14/03/2012 18:44
AR
Antonio Romeo Riboldi
AL COLLEGA GARAUX DICO CHE PER REALIZZARE QUELLO CHE IL MINISTRO E CERTI SINDACATI VOGLIONO OCCORRONO: UOMINI :MEDICI .INFER PRO -TECNICI STRUTTURE . ADEGUATE MEZZI ECONOMICI TANTI NUOVA MENTALITA DEI PAZIENTI!!!!!! NON SONO COSA SIANO HUB +SPOKE N.CP . DI CUI PARLANO I SINDACATI A ROMA NON HA ALCUN SENSO REALIZZARE UN CENTRO DI 16 MEDICI GIOVANI CHE LAVORANO 24H W END COMPRESI SE IL PERSONALE NON E BEN PREPARATO DOTATO DI APPARECHIATURE VALIDE EFFICACI --IL PAZIENTE ITALIANO SA CHE L'ALTERNATIVA ALL'UTAP O COSE SIMILI E'IL P SOCCORSO GIORNO E NOTTE ++++CON PROFESSIONISTI .MEZZI . RISPOSTE SPESSO RAPIDE SPESSO GRATIS CHE SENSO HA MANDARE ALLA SBARAGLIO +++GIOVANI MEDIC+++IMPREPARATI ARMATI DI BUONA VOLONTA SENZA MEZZI --SI RISCHIA UN DOPPIONE INUTILE E COSTOSO E RISCHIOSO!!!!!!!!
Rispondi
14/03/2012 08:23
AR
Antonio Romeo Riboldi
al colega garau dico che per REALIZZARE
Rispondi
14/03/2012 08:11
AG
Alex Garaux
Alessandro garau (Cagliari) Sarà assolutamente funesto che il Ministro Balduzzi cerchi di coinvolgere i M.MG. in attività diagnostiche e terapeutiche a cui non sono più avvezzi da numerosi anni. Abbiamo assistito alla carnevalata della trasmissione "l'Arena" in cui M. Giletti sosteneva il sottosegretario Marino (ex-ANAAO) e la anestesistamedicodibasepresentatrice Livia Azzariti nel propugnare che l'apertura degli ambulatori dei M.M.G. per 12 ore al giorno (attraverso il sistema del consociativismo) risolverebbe il problema dell'affollamento dei Pronto Soccorso. Se associamo la conoscenza del fatto che la lobby dei M.M.G. è molto più potente di quella degli ospedalieri e che tra un anno si va alle urne, possiamo immediatamente capire che si sono avviate le grandi manovre pre-elettorali e che i M.M.G. vogliono in cambio - in questo momento di grande crisi - aumentare i loro introiti promettendo un maggior numero di ore di lavoro. Questo comporterebbe un indegno sfruttamento da parte dei M.M.G. supermassimalisti dei giovani medici disoccupati che sarebbero costretti ad accettare un consociativismo a senso unico, inoltre non ci sarebbe alcun miglioramento della situazione dei Pronto Soccorso. Infatti gli Utenti hanno imparato già da almeno 20 anni a chiamare un'ambulanza del 118 e correre in ospedale dove sanno di poter trovare H24 servizi diagnostici a loro disposizione e specialisti in grado di risolvere il loro problema. Prima che si reinverta questo flusso verso i Pr.Socc. e si indirizzi verso altre soluzioni, bisogna pensare e attuare percorsi assistenziali di livello ancora più alto e più celere. La soluzione Marino-Azzariti è fuori dai tempi e dalla realizzabilità; gli stanziamenti necessari a riempire le tasche dei Supermassimalisti sarebbero senz'altro meglio utilizzati per adeguare gli organici e le attrezzature dei Pr. Socc. assicurando ai giovani medici assunzioni in posti dove si può imparare e maturare una professione, avere uno stipendio dignitoso secondo contratto e non affidato al buon cuore di un Collega Supermassimalista. (alessandro.garau@live.it)
14/03/2012 00:03

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