
L'Italia è tra i maggiori utilizzatori europei della chirurgia robotica, ma le nuove raccomandazioni ne limitano gli ambiti raccomandati. La Società italiana di chirurgia chiede di rivedere i criteri di valutazione.
L'Italia dispone di competenze avanzate nella chirurgia robotica, ma rischia di non riuscire a valorizzarle pienamente all'interno del Servizio sanitario nazionale. Il problema riguarda le evidenze scientifiche, i criteri di valutazione economica, la formazione degli specialisti e le modalità con cui l'innovazione tecnologica viene introdotta negli ospedali. A riaprire il confronto è la Società italiana di chirurgia (SIC), che contesta le raccomandazioni preliminari sull'impiego dei sistemi robotici pubblicate ad aprile dalla Cabina di regia nazionale per la valutazione delle tecnologie sanitarie, coordinata da Agenas.
Secondo Ludovico Docimo, presidente della SIC, il documento rischia di rallentare l'utilizzo di una tecnologia nella quale l'Italia ha sviluppato competenze di primo piano. "Valutare il robot solo sul costo del singolo intervento significa essere miopi e rallentare il progresso", sostiene Docimo, chiedendo ad Agenas e al Ministero della Salute di riaprire il confronto con le società scientifiche.
Sei procedure raccomandate, la SIC contesta i criteri
Secondo la ricostruzione della SIC, delle 21 procedure considerate nelle raccomandazioni soltanto sei hanno ottenuto una valutazione favorevole all'impiego della robotica. Per le altre, il ricorso ai sistemi robotici non viene raccomandato oppure viene ricondotto all'ambito della ricerca. La società scientifica contesta in particolare le valutazioni relative ad alcune procedure di chirurgia generale, dall'obesità all'ernia iatale, fino agli interventi su fegato, pancreas e milza. Chiede inoltre che il confronto venga esteso ad altri ambiti, tra cui la chirurgia colorettale e i trapianti.
"Si tratta di un paradosso, abbiamo le competenze ma rischiamo di non poterle usare", afferma Docimo. Il presidente della SIC sostiene che la revisione della letteratura alla base delle raccomandazioni non abbia considerato adeguatamente gli studi più recenti e l'evoluzione della pratica clinica. Il documento Agenas, va precisato, non introduce un divieto generale all'impiego dei robot chirurgici. Le raccomandazioni possono tuttavia influenzare le decisioni delle Regioni e delle aziende sanitarie, soprattutto nella programmazione degli investimenti e nell'organizzazione delle attività.
La questione assume particolare rilievo in un Paese che, secondo i dati riportati dalla SIC, ha effettuato oltre 54mila procedure robotiche nel 2024, collocandosi al secondo posto in Europa dopo la Germania. Di queste, circa 36mila riguardano l'urologia, 8mila la chirurgia generale e 5mila la ginecologia.
Degenze più brevi e costi: i dati presentati dai chirurghi
Uno degli argomenti principali della SIC riguarda la valutazione dei costi. Secondo Docimo, limitarsi alla spesa sostenuta in sala operatoria non permette di misurare correttamente l'impatto economico della tecnologia. A sostegno di questa posizione, la società scientifica richiama uno studio del Network Italiano Sanitario (N.I.San.) condotto su 14.286 interventi effettuati nel 2024 in otto ospedali: 3.798 con tecnica robotica e 10.488 in laparoscopia.
I dati presentati indicano una degenza media di 5,9 giorni per gli interventi robotici, contro 11,5 giorni per quelli laparoscopici. Anche la permanenza in terapia intensiva risulterebbe inferiore, con una differenza media di circa un giorno. "Se si considera l'intero percorso, dalla sala operatoria al ritorno alla piena efficienza lavorativa, e i minori costi indiretti, il robot potrebbe diventare non un costo ma un risparmio per l'intero servizio pubblico", sottolinea Docimo.
I risultati suggeriscono l'opportunità di valutare la tecnologia considerando l'intero percorso assistenziale, ma richiedono un'interpretazione prudente. Il comunicato non fornisce elementi sufficienti per verificare l'omogeneità dei gruppi confrontati, la complessità degli interventi o gli eventuali aggiustamenti statistici. Non è quindi possibile attribuire automaticamente alla tecnica robotica tutta la differenza osservata nella durata dei ricoveri. La questione economica resta comunque centrale. Ai costi di acquisto, manutenzione e utilizzo delle apparecchiature devono essere affiancati quelli relativi alle complicanze, alla degenza e all'organizzazione delle équipe. Il risultato può variare sensibilmente in funzione della procedura e del volume di attività del centro.
Formazione e attrattività: il rischio per i giovani chirurghi
La SIC richiama anche le conseguenze che una diffusione più limitata della robotica potrebbe avere sulla formazione specialistica. "I giovani si spostano nei centri qualificati per imparare le procedure robotiche e formarsi. Se non trovano questa possibilità nelle scuole di specializzazione, andranno all'estero", avverte Docimo. La preoccupazione si inserisce in un quadro già difficile per la chirurgia generale, disciplina nella quale, secondo i dati richiamati dal sindacato scientifico, circa un terzo dei posti nelle scuole di specializzazione rimane scoperto.
Per la SIC, la disponibilità di tecnologie avanzate rappresenta anche un fattore di attrattività degli ospedali pubblici e delle scuole di specializzazione. Una loro minore diffusione potrebbe accentuare le differenze tra strutture, favorendo lo spostamento dei professionisti verso centri privati o esteri. Il tema non riguarda necessariamente la presenza di un robot in ogni ospedale, quanto la capacità di organizzare centri qualificati, percorsi formativi e volumi di attività adeguati. L'adozione della tecnologia richiede infatti competenze specifiche, équipe preparate e un'organizzazione che ne consenta un utilizzo appropriato.
La richiesta: riaprire il tavolo con Agenas
Al termine del congresso nazionale, la SIC ha chiesto formalmente un nuovo confronto tecnico con Agenas e il Ministero della Salute. "La Società Italiana di Chirurgia chiede ad Agenas e al Ministero della Salute di riaprire al più presto un tavolo tecnico di confronto con le società scientifiche", afferma Docimo.
Tre gli obiettivi indicati: assicurare una rappresentanza della chirurgia generale nella revisione delle raccomandazioni, recepire le evidenze scientifiche più recenti e riesaminare le procedure attualmente non raccomandate o non comprese nella valutazione. La controversia mette in evidenza una difficoltà che riguarda l'intero sistema sanitario: trovare un equilibrio tra la necessità di sottoporre le nuove tecnologie a valutazioni rigorose e quella di aggiornare tempestivamente le decisioni alla luce dell'evoluzione scientifica.
Le raccomandazioni HTA rappresentano uno strumento essenziale per evitare investimenti non giustificati. Ma la loro efficacia dipende anche dalla capacità di confrontarsi con la pratica clinica, misurare gli esiti e rivedere le indicazioni quando emergono nuove evidenze.
Il problema non è stabilire se la chirurgia robotica debba essere utilizzata sempre o mai, ma definire per quali procedure, in quali strutture e a quali condizioni produca benefici documentabili per i pazienti e per il SSN. È su questa capacità di governare l'innovazione, prima ancora che sulla disponibilità delle apparecchiature, che si misura la risposta del sistema sanitario.




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