
Quattrocento gli insuccessi: per gli esperti è meglio la prevenzione. Melazzini (Aifa), ci sono ancora speranze
Con 50 milioni di pazienti nel mondo, che secondo alcune proiezioni potrebbero diventare 135 milioni nel 2050, trovare una cura per l'Alzheimer è quantomai urgente. La via che porta a un farmaco è però costellata di fallimenti, tanto che ad esempio la multinazionale Pfizer ha da poco deciso di abbandonare la ricerca nel campo dopo investimenti milionari. L'ultima delusione, e sono ormai oltre 400, viene dalla idalopirdina, una molecola considerata molto promettente i cui test di fase 3 sono però falliti.
Il farmaco, spiega lo studio pubblicato da Jama, agisce aumentando la disponibilità per il cervello di quattro neurotrasmettitori a cominciare dalla serotonina, e aveva dato risultati giudicati promettenti nei primi test sull'uomo sulla sicurezza. Il trial clinico decritto su Jama ha riguardato 2525 persone con Alzheimer da lieve a moderato.
A fare il conto dei buchi nell'acqua è stato recentemente un articolo pubblicato su Alzheimer's Research & Therapy, che ha calcolato un tasso di fallimento per i farmaci anti Alzheimer del 99,6%. Più ottimista sul tema si è rivelato Mario Melazzini, direttore generale dell'Aifa, in un editoriale pubblicato sul sito dell'agenzia in cui ricorda che ci sono in corso 190 studi clinici che coinvolgono circa 100 principi attivi. "Il percorso di ricerca e sviluppo di un nuovo farmaco è un'impresa lunga, costosa e soggetta potenzialmente a un rischio molto elevato di fallimento - sottolinea Melazzini -. Tuttavia, negli obiettivi che pongono delle sfide importanti e negli inevitabili incidenti di percorso, la ricerca coglie quasi sempre nuovi stimoli per rivedere criticamente i propri modelli e individuare strategie più mirate ed efficaci. È per questa ragione che mi sento di affermare che la recente rinuncia di una nota multinazionale farmaceutica a proseguire la ricerca e lo sviluppo di nuovi farmaci per le malattie di Alzheimer e Parkinson non deve allarmare né far cessare la speranza di una terapia. Potremmo assistere nei prossimi 5 anni all'arrivo sul mercato di molecole capaci di modificare il naturale decorso della malattia".
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