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I rischi degli abusi di paracetamolo contro l'influenza

Farmaci Redazione DottNet | 05/04/2018 12:09

Studi lo rivelano in Francia e Usa: possibili danni a fegato e reni

Molto spesso prescritto e ampiamente usato ma non privo di effetti collaterali, il paracetamolo è il 're dei farmaci da banco'. Considerato praticamente 'innocuo' e alleato per tanti piccoli problemi, dalla febbre al mal di testa, spesso ne viene assunto troppo e senza rendersene conto.    A mettere in luce il rischio di abuso, in particolare per ridurre i sintomi influenzali, è un doppio studio pubblicato sul British Journal of Clinical Pharmacology, che ricorda come questo farmaco comunque non possa curare dal virus ma solo attenuarne gli effetti.    Il primo studio ha coinvolto 14.481 adulti negli USA mettendo in luce che tra il 2011 e il 2016 il 6,3 per cento di chi ha fatto uso di paracetamolo ha esagerato con il dosaggio, un dato che, per esser compreso nel suo impatto, va proiettato sui milioni di persone che assumono il medicinale ogni giorno.  

Inoltre durante la stagione influenzale c'è una probabilità del 24% maggiore di superare le dosi raccomandate, a volte anche per lunghi periodi di tempo, mettendo a rischio fegato e reni.

"I farmacisti dovrebbero avvertire gli utenti di seguire le istruzioni di dosaggio indicate, in particolare durante la la stagione influenzale", ovvero "quando le persone hanno più probabilità di trattare i sintomi con prodotti a base di paracetamolo", "a volte senza conoscerne il contenuto", concludono i ricercatori dell'Università di Pittsburg.    Tra i Paesi europei è la Francia a detenere il primato per il consumo di questo antipiretico e analgesico. In uno studio condotto tra il 2006 e il 2015 l'uso del paracetamolo è aumentato del 53 per cento e dal 2008 in poi versione con dosaggio di 1000 milligrammi. Mentre la versione da 500 milligrammi ha subito un calo nelle vendite del 20%. "Anche se prescritti e molto usati, nessun analgesico è privo di effetti collaterali e la dose deve essere sempre rispettata", commenta l'autrice della ricerca, Karima Hider-Mlynarz.

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fonte: British Journal of Clinical Pharmacology

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