
La trombosi è nei pazienti oncologici la seconda causa di morte dopo la neoplasia stessa. Una complicanza frequente e spesso fatale, eppure spesso sconosciuta o sottovalutata dai pazienti rispetto al cancro, nonostante l'impatto devastante che essa ha sulle loro vite. A dimostrarlo anche i risultati della ricerca MediPragma commissionata da Daiichi Sankyo Italia 'Cancro e tromboembolismo venoso: il peso della convivenza sui pazienti', una ricerca realizzata in Italia con interviste ai pazienti oncologici in terapia eparinica per il tromboembolismo venoso, al fine di comprendere, attraverso testimonianze dirette, l'impatto di questa condizione sulla vita quotidiana di chi ne è afflitto e le strategie attuate per gestirla. Una correlazione, quella tra cancro e trombosi, frequente e potenzialmente fatale, di cui oggi hanno discusso a Roma cardiologi, ematologi, oncologi e rappresentanti di associazioni di pazienti.
La trombosi ha tra i pazienti oncologici un'incidenza di 6 volte superiore rispetto alla popolazione generale e ne costituisce la seconda causa di morte dopo la neoplasia stessa. Il tromboembolismo venoso (o tromboembolia venosa) insorge con la formazione di un coagulo di sangue all'interno di una vena profonda, di solito negli arti, e se un frammento del coagulo si stacca e viaggia fino ad ostruire le arterie polmonari determina una embolia polmonare. Studi su pazienti sopravvissuti al cancro hanno dimostrato che circa un terzo di essi muore per malattia cardiovascolare. Per tutte queste ragioni, "la conoscenza da parte dei medici e dei pazienti delle problematiche legate alla trombosi è fondamentale - afferma Antonio Russo, Ordinario di Oncologia Medica all'Università di Palermo - dal momento che queste sono molto correlate con il processo neoplastico poiché ne impattano il management e la prognosi". A sottolineare inoltre la necessità di informare innanzitutto pazienti e caregiver e in secondo luogo istituzioni e operatori sanitari sui rischi di questa patologia correlata al cancro è stato Francesco De Lorenzo, presidente della Coalizione europea dei pazienti oncologici (ECPC) e Presidente della Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO)

Nel trial DeLLphi-305, aggiungere tarlatamab a durvalumab nel mantenimento di prima linea ha ridotto del 58% il rischio di morte rispetto al solo durvalumab.

Uno studio identifica un asse di segnalazione indipendente dai nutrienti: le mutazioni di ATP6V1B2 possono sostenerne l’attivazione e favorire la proliferazione neoplastica.

Il progetto europeo coinvolge 133 organizzazioni di 29 Paesi e punta a condividere competenze e innovazione in sette aree dell’oncologia, favorendo una maggiore uniformità dell’assistenza e il trasferimento dei risultati della ricerca nella pratica c

Nello studio di fase 3 DeLLphi-305, la combinazione in mantenimento di prima linea ha portato la sopravvivenza globale mediana a 21,1 mesi, rispetto ai 12,7 mesi con il solo durvalumab, nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio
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