
Lo rivela uno studio pubblicato su Brain: frutto della ricerca del Centro Dino Ferrari
Due nuovi bersagli da colpire per sperare di offrire nuove possibilità terapeutiche ai bambini con Sma, l' atrofia muscolare spinale. Li hanno scoperti i ricercatori del Centro Dino Ferrari dell' università degli Studi, Fondazione Irccs Policlinico di Milano, in uno studio pubblicato su 'Brain' e condotto anche con il supporto della Fondazione Cariplo. Il lavoro ha permesso di individuare due nuovi target terapeutici, "Nrxn2 e Syncrip, alternativi al gene Smn", dimostrando "il loro possibile ruolo come modificatori della patologia neurodegenerativa". La Sma, dovuta a mutazioni autosomico-recessive del gene Smn (Survival Motor Neuron) - spiegano dalla Statale meneghina - è una grave patologia neurodegenerativa caratterizzata dalla morte dei motoneuroni del midollo spinale, le cellule che trasportano i segnali nervosi ai muscoli, controllandone il movimento. Nella forma Sma1, l' atrofia muscolare spinale rappresenta la causa genetica più frequente di mortalità nell' infanzia.
Esistono poi altre forme più tardive, Sma2 e Sma3.
Lo studio è stato coordinato da Stefania Corti, a capo del Laboratorio di cellule staminali neurali presso il Dipartimento di fisiopatologia medico-chirurgica e dei trapianti dell' università degli Studi di Milano. Insieme a lei altri membri del suo laboratorio e ricercatori del Centro Dino Ferrari e del Policlinico, con la collaborazione del Laboratorio di genetica e bioinformatica dell' Irccs Eugenio Medea di Bosisio Parini (Lecco) e dell' Istituto di bioscienze e biorisorse del Cnr di Napoli. "Una complessa analisi di espressione dei geni, condotta in un modello umano in vitro costituito da motoneuroni derivati da cellule staminali pluripotenti indotte, ottenute da fibroblasti cutanei di pazienti affetti da Sma e soggetti sani - riferiscono le ricercatrici Federica Rizzo e Monica Nizzardo, primi co-autori del papaer - ha permesso l' identificazione di ulteriori geni la cui espressione è alterata nella patologia, e la scoperta di elementi che accomunano questi geni".
Gli scienziati hanno quindi aumentato l' espressione dei geni individuati, dimostrando un miglioramento delle caratteristiche della malattianelle cellule dei pazienti e anche nei modelli Sma murino e vermiforme. "Questo notevole risultato - conclude Corti - testimonia la necessità di continuare ad approfondire i meccanismi della neurodegenerazione nella Sma, con l' identificazione di nuovi marcatori molecolari utili a comprendere la malattia, a valutare appieno la risposta terapeutica alle molecole attualmente disponibili e a contribuire all' ottimizzazione di presenti e future strategie terapeutiche".
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