
Ne conseguono ripetute ospedalizzazioni, utilizzo di farmaci inappropriati, indagini diagnostiche e trattamenti invasivi
I malati di demenza "sono curati in modo frammentato, in assenza di una pianificazione condivisa con operatori e familiari. Il che si traduce in ripetute ospedalizzazioni, utilizzo di farmaci inappropriati, indagini diagnostiche e trattamenti invasivi. Condizioni che non prolungano la sopravvivenza, mentre contribuiscono ad aumentare stress e sofferenza". Lo spiega la geriatra Claudia Cantini, in forze all' ospedale di Pistoia, che aggiunge come anche secondo vari lavori scientifici internazionali almeno 4 pazienti su 10 sono sedati di continuo o trattati con farmaci di dubbia utilità, se non dannosi.
L' aspetto paradossale della demenza è che produce quasi sempre due malati gravi: la persona colpita e il suo caregiver, quasi sempre un familiare. Il primo che con la memoria perde via via la coscienza di sé e la possibilità di comunicare verbalmente, l' altro che non riconosce più il congiunto e non sa intenderne i bisogni, soprattutto quando si avvicina la fase terminale con gli strazi e le sofferenze che non di rado comporta. "Sofferenze spesso oltre il sopportabile, ma che non essendo comprese non vengono lenite", spiega Cantini. In Italia si stima inoltre che negli ultimi 3 mesi di vita, quando in genere i malati gravi non comunicano più, 3 su 10 sono ricoverati almeno una volta e uno su 4 muore in ospedale invece che a casa. La verità, sostengono studiosi e operatori, è che prima del malato si dovrebbe 'curare' il caregiver. Curare nel senso di istruirlo su che cos' è la demenza o l' Alzheimer, sulle conseguenze della malattia, sui problemi che mano a mano si presentano e su come affrontarli per garantire al paziente una fine dignitosa.
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