Epatite B, italiani scoprono la molecola che riattiva le difese naturali

Infettivologia | Redazione DottNet | 03/10/2019 12:08

Lo studio è stato condotto da ricercatori dell' Irccs ospedale San Raffaele e dell' università Vita-Salute San Raffaele di Milano

Dalla ricerca italiana la speranza di future terapie efficaci contro l' epatite B cronica, un' infezione che affligge oltre 250 milioni di persone nel mondo ed è tra i primi fattori di rischio per cancro al fegato. Nei pazienti colpiti dalla forma cronica della malattia, il sistema immunitario non riesce a debellare il virus responsabile, che continua a sopravvivere e a riprodursi nelle cellule epatiche. Uno studio pubblicato su 'Nature', condotto da ricercatori dell' Irccs ospedale San Raffaele e dell' università Vita-Salute San Raffaele di Milano, svela alcuni meccanismi all' origine dell' inefficace risposta immunitaria e dimostra che una molecola - l' interleuchina-2 - è in grado di riattivare le difese naturali dell' organismo.

A firmare il lavoro - finanziato dallo European Research Council (Erc) dell' Unione europea, dalla Fondazione Airc per la ricerca sul cancro e dalla Fondazione Armenise-Harvard - è un gruppo guidato da Matteo Iannacone, a capo dell' Unità di dinamica delle risposte immunitarie del San Raffaele e rientrato in Italia dagli Usa nel 2010 grazie al Career Development Award della Fondazione Armenise-Harvard, in collaborazione con Luca Guidotti, vice direttore scientifico dell' Istituto del gruppo San Donato e professore ordinario all' ateneo Vita-Salute, e Renato Ostuni, group leader del Laboratorio di genomica del sistema immunitario innato al San Raffaele.

"La scoperta, possibile grazie a sofisticate tecnologie di imaging cellulare e di genomica, apre la strada allo sviluppo di nuove potenziali terapie per l' epatite B cronica", spiegano dall' Irccs di via Olgettina. "La più grande soddisfazione - sottolineano Guidotti e Iannacone - è aver messo a punto una piattaforma tecnologica nuova, che ci permetterà di identificare e validare nuove potenziali molecole capaci di attivare il sistema immunitario contro il virus, da testare in combinazione con antivirali di ultima generazione che stiamo indipendentemente collaborando a sviluppare". Il virus dell' epatite B (Hbv) si trasmette per contatto con sangue infetto, per via sessuale o da madre a figlio durante il parto. Quest' ultima forma di contagio è la più diffusa in Paesi come Africa e Cina, dove non è generalmente disponibile il vaccino anti-Hbv, "molto efficace - assicurano gli esperti - e in grado di proteggere il bambino se effettuato tempestivamente".

L' infezione da virus Hbv può dare origine sia alla forma acuta della malattia, che in genere si risolve entro pochi giorni, sia alla forma cronica, per la quale non esiste oggi alcuna cura definitiva, ma solo delle terapie antivirali di contenimento. Contrariamente a quanto accade negli adulti, quando a contrarre l' infezione è un bambino, in oltre il 90% dei casi si sviluppa epatite B cronica. Ma da cosa dipende l' inefficacia del sistema immunitario in questi casi? E' c' è un modo per risvegliarlo? E' per rispondere a queste domande che gli scienziati del San Raffaele hanno studiato in topi di laboratorio in cui la malattia è stata riprodotta un sottotipo di linfociti T che ha il compito di attaccare il virus Hbv, ma che nella forma cronica di epatite B non riesce a eliminare l' infezione. Per farlo hanno utilizzato una tecnica di microscopia in vivo sviluppata da Iannacone - la microscopia intravitale - con cui è possibile osservare singole cellule in azione in tempo reale. I ricercatori hanno così scoperto che nell' epatite B cronica i linfociti T sono disfunzionali fin dalla loro attivazione, che avviene per contatto diretto con le cellule infette del fegato. Non solo. Attraverso l' analisi dell' espressione genica dei linfociti, è stato anche possibile tracciare una sorta di ritratto dettagliato dello stato molecolare dei linfociti T 'paralizzati', che ha fornito ai ricercatori moltissime informazioni.

"La prima - riferisce Iannacone - è che la scarsa capacità di reazione dei linfociti al virus dell' epatite B è diversa da quella che si osserva in presenza di altri virus o di cellule tumorali. Anche in alcune di queste patologie la risposta immunitaria è soppressa, ma il meccanismo con cui avviene è diverso". E ciò significa che i farmaci somministrati in quei contesti per riattivare il sistema immunitario - come gli inibitori dei checkpoint immunitari, già usati in clinica contro alcuni tipi di tumore - potrebbero non funzionare bene nell' epatite B cronica. La caratterizzazione dei linfociti T disfunzionali ha permesso dunque ai ricercatori del San Raffaele di identificare delle molecole più adatte ed efficaci a riaccendere l' attività di queste cellule. Tra queste, una è già stata sperimentata con successo sia in vitro, su cellule di pazienti, sia nel modello animale: appunto l' interleuchina-2, una molecola-messaggero del sistema immunitario. La speranza degli scienziati è che sia "solo la prima di una lunga lista di candidati".

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