Cannabis terapeutica e disturbi del sonno: non sempre funziona

Farmaci | Redazione DottNet | 28/01/2020 14:00

Gli utenti che la usano frequentemente potrebbero aumentare la tolleranza ai suoi effetti che inducono il sonno

La cannabis usata a scopo medicinale potrebbe non alleviare i problemi del sonno nelle persone con dolore cronico a lungo termine, perché gli utenti che la usano frequentemente potrebbero aumentare la tolleranza ai suoi effetti che inducono il sonno. E' quanto si legge in una ricerca preliminare pubblicata online sulla rivista scientifica Bmj Supportive & Palliative Care e che è stata coordinata dall'Università di Haifa. I ricercatori hanno voluto scoprire quale impatto potesse avere la cannabis medicinale sui problemi del sonno che avevano persone con più di 50 anni con dolore cronico che durava da almeno un anno. Al programma hanno preso parte 128 persone che sono state trattate in una clinica specializzata in terapia del dolore: 66 di loro hanno usato cannabis medicinale per cercare di gestire i loro problemi di sonno. Complessivamente, circa uno su quattro (il 24%) ha affermato di essersi sempre svegliato presto e di non riuscire a riaddormentarsi.

Uno su cinque (il 20%) ha riferito di avere sempre difficoltà ad addormentarsi e circa uno su cinque (il 27%) ha dichiarato di essersi svegliato durante la notte. I consumatori di cannabis terapeutica avevano usato il farmaco per una media di 4 anni. La maggior parte di loro (il 69%) lo fumava e circa il 20% invece usava olio di cannabis o vapore. Dopo aver tenuto conto di alcuni fattori potenzialmente influenti, (tra cui il dolore, l'età, il sesso, l'uso di altri ausili per il sonno o antidepressivi) i consumatori di cannabis medicinali avevano meno probabilità di svegliarsi durante la notte rispetto ai non consumatori.  Un'ulteriore analisi dei modelli di sonno dei consumatori di cannabis terapeutica ha mostrato che la frequenza d'uso era associata a maggiori difficoltà ad addormentarsi e al risveglio più frequente durante la notte. Questo, secondo gli studiosi, può segnalare lo sviluppo della tolleranza del principio attivo.

 

fonte: Bmj Supportive & Palliative Care

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