Pensioni: tutti gli scenari sul tavolo e i calcoli

Previdenza | Redazione DottNet | 11/02/2020 18:17

Si cerca un accordo per permettere ai medici specialisti di restare al lavoro oltre il limite del quarantesimo anno di servizio, anche se non oltre i 70 anni di età

Il governo apre la 'fase 2' con la riscrittura dell'Agenda 2023 e inizia dalle pensioni, una delle categorie finora non interessate dai primi interventi 'giallorossi'. Al primo dei tavoli voluti dal premier, Giuseppe Conte, per tracciare con la maggioranza le linee dell'azione dell'esecutivo per i prossimi mesi ci si concentra dunque su alcuni dei progetti annunciati, ma che ancora non hanno preso forma, cioè il superamento di Quota 100 e della legge Fornero.

Restano ancora in bilico gli emendamenti del decreto Milleproroghe sulla ricerca di un accordo per permettere ai medici specialisti di restare al lavoro oltre il limite del quarantesimo anno di servizio, anche se non oltre i 70 anni di età. La disposizione, che mira a fronteggiare la carenza di medici specialisti, era contenuta in un comma di un emendamento del governo al Milleproroghe dichiarato inammissibile nelle scorse sedute. L'obiettivo sarebbe quello di superare l'impasse e reintrodurla.

Nel frattempo i sindacati restano in pressing: al termine del secondo incontro tecnico al ministero del Lavoro, chiedono risposte più concrete a partire dalle risorse a disposizione per disegnare un sistema più flessibile di uscita.  Per Cgil, Cisl e Uil è irricevibile qualunque proposta che preveda l'uscita anticipata con il ricalcolo degli assegni, che porterebbe a perdite fino al 30% per i lavoratori. Non solo, tra le richieste c'è quella di mantenere nella previdenza i fondi non spesi per Quota 100, che, per i sindacati, da sole non sarebbero comunque sufficienti. Il governo è comunque intenzionato a mettere a punto una riforma che, secondo il viceministro Antonio Misiani, potrebbe scattare già dal 2021, chiudendo con un anno di anticipo Quota 100, se si trovasse l'accordo.

La Cgil non ci sta e dice no a qualsiasi ipotesi di scambio tra flessibilità in uscita e ricalcolo contributivo per coloro che hanno anni di contributi nel sistema retributivo perché ci sarebbe una forte penalizzazione degli assegni, fino al 32%. Il sindacato di corso Italia ha effettuato una serie di simulazioni per spiegare quanto il sistema varato per Opzione donna (che prevede l'uscita anticipata ma con ricalcolo interamente contributivo) sia penalizzante per i lavoratori che decidessero di uscire all'età di 64 anni.

La stima è fatta sui lavoratori che rientrano nel sistema misto (quindi meno di 18 anni di contributi alla fine del 1995) e in alcuni casi mostra un vantaggio per lo Stato (e minor incasso per il pensionato) di circa 80.000 euro calcolato sulla vita attesa della persona che opta per l'uscita anticipata. Ecco alcuni dei casi sui quali è stata fatta la simulazione:

LAVORATORI CON CARRIERA PIATTA E 23.000 EURO RETRIBUZIONE: con 36 anni di contributi, 16 dei quali nel retributivo la pensione lorda sarebbe di 801 euro invece che di 1.145 con una perdita di 344 euro lordi (30%). La perdita netta sarebbe del 23% con una pensione di 732 euro. Nel caso di un lavoratore con solo 30 anni di contributi (10 dei quali nel retributivo) e 64 anni di età la pensione lorda sarebbe di 735 euro con una perdita del 30% rispetto ai 1.041 con il sistema misto. L'assegno netto sarebbe di 687 euro. Il minor incasso per il pensionato per tutto il periodo di vita attesa sarebbe di 51.480 nel primo caso e di 45.864 nel secondo caso.

LAVORATORI CON CARRIERA DINAMICA E 30.000 EURO RETRIBUZIONE: Avendo 64 anni di età e 36 di contributi, 16 dei quali nel retributivo con il sistema misto la pensione lorda sarebbe di 1.635 euro (1.281 netta) mentre con il calcolo interamente contributivo scenderebbe a 1.112 euro (930 netti) con una perdita per il lordo del 32% (28% per il netto). Il minor incasso netto per il pensionato sarebbe di 82.134 euro. Con 33 anni di contributi solo 10 dei quali nel retributivo la perdita sarebbe del 31% per il lordo e del 26% per il netto (pensione netta da 1.210 euro a 895).

LAVORATORI CON REDDITO IN CRESCITA COSTANTE, RETRIBUZIONE 35.000 EURO: con 64 anni di età e 39 di contributi 17 dei quali nel retributivo con il ricalcolo del contributivo si avrebbero 1.330 euro di pensione a fronte dei 1.683 con il misto (-20%). La pensione netta sarebbe di 1.168 euro (-17% su quella calcolata con il misto). Il minor incasso per il pensionato si aggira sui 54.000 euro.

LAVORATORE PART TIME CON 25.000 EURO RETRIBUZIONE: la pensione lorda con il ricalcolo contributivo sarebbe di 1.132 euro, inferiore del 28% a quella che avrebbe avuto con il sistema misto, 947 la netta a fronte dei 1.234 del netto con il sistema misto). L'impatto del ricalcolo sull'attesa di vita media sarebbe di oltre 67.000 euro. L'impatto sarebbe ancora più alto con 64 anni di età e 35 di contributi di cui 11 nel sistema retributivo. Qui la perdita sarebbe del 31% con un peso per il pensionato nel corso della vita attesa di oltre 73.000 euro.

SISTEMA RETRIBUTIVO E CONTRIBUTIVO: il nodo nella trattativa tra sindacati e governo riguarda il metodo di calcolo. L’ultima ipotesi prevedeva un pensionamento anticipato con 36 o 38 anni di contributi e un'età fissata a 64 anni con un calcolo interamente contributivo per gli assegni di chi ha iniziato a lavorare prima della seconda metà degli anni Novanta. il sistema retributivo è ad "esaurimento", ovvero sparirà tra qualche anno dato che chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 avrà di default un calcolo contributivo che prevede un assegno totalmente calibrato sui contributi versati e non (seppur in parte) sull'ultima busta paga.

E con questo sistema il taglio sarebbe un vero e proprio salasso che ammonterebbe al 30 per cento. Un assegno da 2000 euro scenderebbe a 1400 euro, mentre un assegno da 1500 euro scenderebbe, col pensionamento anticipato, a 1150 euro. Cifre queste che emergono da uno studio della Cgil e che hanno fatto esplodere lo scontro tra le mura del Palazzo in un tavolo di trattativa a dir poco infuocato. I sindacati nella "battaglia" previdenziale hanno rilanciato con una proposta radicale di un'uscita uguale per tutti a 62 anni e senza un ricalcolo penalizzante. Ipotesi questa respinta dal governo che ha però messo sul campo un'altra strategia che prevede un nuovo piano per l'uscita anticipata.

L’IPOTESI SUL TAVOLO: Il nuovo sistema, spiegato ai sindacati dal sottosegretario all'Economia, Pier Paolo Baretta prevede l'addio al lavoro a 64 anni con 36 o con 38 anni di contributi ma con una penalità per ogni anno di anticipo tarato sull'asticella Fornero che mantiene l'età pensionabile a 67 anni. In questo caso il taglio potrebbe arrivare al massimo al 6 per cento. E così un assegno da 2000 euro con l'uscita anticipata arriverebbe a 1880 euro e uno da 1500 euro arriverebbe a 1410 euro. Il tutto considerando una finestra di uscita con tre anni di anticipo. I nodi da sciogliere restano tanti. Per il momento nelle trattative resta la nuova Quota 100 con 64 anni di età e 36 di contributi oppure quota 102 con 64 anni di età e 38 di contributi. I sindacati invece propongono una riforma strutturale con l'addio al lavoro anche a 62 anni con almeno 20 anni di contributi o con 41 anni di versamenti indipendentemente dall'età. Una cosa è certa: qualunque sia la riforma che andrà a sostituire quota 100 di matrice gialloverde, i pensionati dovranno subire una penalizzazione (forte) sull'assegno.

SPERANZA DI VITA: La speranza di vita alla nascita lo scorso anno è salita, hanno guadagnato un mese sia le donne che gli uomini. Ma l'avanzamento si azzera se si guarda agli over-65. Il tempo che resta varcata quella soglia d'età rimane lo stesso del 2018. Le tabelle pubblicate dall'Istat, insieme a tutti gli indicatori demografici, segnano quindi una crescita nulla. Dato che rientrerà nel calcolo dell'età pensionabile quando saranno aggiornati i parametri. La formula per l'adeguamento è complessa e prevede che il ritocco sia fatto in base a una media biennale da rapportare all'anno precedente. Lo scatto, che non può superare i tre mesi, viene decretato ogni due anni. L'ultimo, fatto alla fine del 2019, ha stabilito che il requisito per la vecchiaia resta fermo a 67 anni fino al 2021.

Il prossimo intervento sarà fatto nel 2021 e definirà l'asticella per uscire attraverso il canale della vecchiaia fino al 2023. Nel calcolo sarà fatta la media tra il risultato del 2019 e quello del 2020, misurando poi lo scostamento con il 2018. Per ora il dato che fornisce l'Istat, stiamo alle stime, ci dice che l'aspettativa di vita a 65 anni nel 2019 non è salita. Per gli uomini è 19,3 anni e per le donne 22,5. Cosa che può sembrare strana visto che invece la speranza di vita alla nascita aumenta e si porta a 81 anni per i maschi e 85,3 per le femmine. Gli statistici però hanno la spiegazione pronta: visto l'invecchiamento della popolazione i decessi si stanno concentrando nelle fasce d'età più alte. E ogni due o tre anni si osserva un picco di morti che riguarda gli strati più anziani. Lo scorso anno ci si è avvicinati al record del 2017. Tornando alle pensioni, nulla potrà accadere a chi esce in anticipo. Lato contributi è stato infatti tutto congelato fino al 2026.

 

 

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