I cortisonici aumentano il rischio d'infezione, anche a basse dosi

Farmaci | Redazione DottNet | 23/09/2020 14:07

I ricercatori Usa hanno scoperto che i pazienti che ne assumevano dosi più elevate (oltre 10 mg al giorno) avevano più del doppio del rischio di infezioni gravi

I cortisonici sono associati ad un aumentato rischio di infezione, persino a dosi molto piccole. A mettere in guardia nei confronti di un utilizzo troppo disinvolto di questi farmaci, il cui basso dosaggio è considerato sicuro e ampiamente prescritto, è uno studio osservazionale pubblicato su Annals of Internal Medicine, rivista dell'American College of Physicians I cortisonici sono potenti antinfiammatori che hanno cambiato radicalmente la storia clinica di alcune patologie.  Vengono usati per problemi dermatologici, polmonari, oftalmici, gastrointestinali e si sono rivelati efficaci anche per il trattamento dell'artrite reumatoide se aggiunti a farmaci modificanti la malattia. Mentre il rischio di infezione ad alte dosi è ben stabilito, il rischio con la terapia con a basso dosaggio è meno chiaro. Eppure, fino al 60% dei pazienti reumatici continua a prenderne a lungo termine, specialmente a piccole dosi. Per capirne le conseguenze, i ricercatori dell'Università della Pennsylvania, negli Stati Uniti, hanno utilizzato i dati di oltre 200.000 pazienti con artrite reumatoide che ricevevano glucorticoidi e li hanno confrontati con quelli di pazienti che non ne ricevevano. Hanno scoperto che i pazienti, fortunatamente non moltissimi, che ne assumevano dosi più elevate (oltre 10 mg al giorno) avevano più del doppio del rischio di infezioni gravi rispetto a chi non assumeva glucocorticoidi. Tuttavia, anche i pazienti che ricevevano la dose più bassa, ovvero sotto i 5 mg al giorno, hanno avuto un aumento di circa il 30% del rischio di infezione. I glucocorticoidi, osservano gli autori, sono una parte importante del trattamento per molti pazienti, ma questi risultati dovrebbero aiutare i medici a comprendere meglio il loro potenziale rischio. 

 

fonte: Annals of Internal Medicine

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