
La lettera-denuncia di un giovane farmacista racconta com'è finito in un mare di debiti per pagare i contributi
Una lettera pubblicata sul Corriere della Sera del 13 ottobre denuncia la situazione contributiva che subirebbero i farmacisti dipendenti. Il titolo «Noi, farmacisti dipendenti, vessati da due previdenze» anticipa la situazione di disagio economico che subisce chi, assunto da poco in farmacia, deve pagare contributi a due casse. David Prisco è un farmacista dipendente e promotore del Comitato NoEnpaf. "In quanto dipendenti, noi farmacisti paghiamo Inps ma, a causa di una legge antica del 1946, siamo costretti a pagare anche la cassa dei farmacisti Enpaf (che serve a dare la pensione ai ricchi titolari di farmacia, perché loro non hanno Inps)".
"Oggi mi ritrovo un debito enorme e sogni distrutti - continua Prisco - perché, pur essendo un semplice dipendente, Enpaf non ha voluto sentire ragioni e ha preferito incassare, anche se non avevo reddito. Ho dovuto cambiare città e lasciare un padre invalido al 100% alla ricerca di un qualsiasi lavoro unicamente per poter pagare Equitalia. Con un unico lavoro, pago due previdenze (Inps+Enpaf) ed Enpaf mi darà una pensione di 60 euro (a 69 anni di età) solo se pago 780 euro all’ anno per 30 anni. E se non raggiungo i 30 anni di contributi, perderò comunque tutto. I titolari di farmacia non hanno Inps e quindi Enpaf per loro ha senso di esistere, ma per noi dipendenti, avendo Inps, Enpaf non deve essere più obbligatorio perché ci sottrae denaro, senza mai restituirlo. Urge un intervento, prima che Enpaf rovini la vita di altri giovani farmacisti", conclude la sua lettera David Prisco.
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