
Effetti anche dopo 20 anni. Parte reclutamento in 5 regioni
I dati stanno dimostrando a livello territoriale che la violenza influisce sulla salute del genoma in modo tale che i suoi effetti si manifestano anche 10-20 anni dopo. "Vogliamo dare supporti molecolari a questi dati, in modo tale che analizzando tutto il profilo dell’epigenoma nel tempo saremo in grado di dire che quella donna potrebbe avere un maggiore suscettibilità a sviluppare un tumore all’ovaio o una malattia cardiovascolare o una patologia autoimmune". Lo dice Simona Gaudi coordinatrice del progetto epi_we e ricercatrice del Dipartimento Ambiente e Salute dell'Istituto superiore di Sanità presentando un questionario in aiuto alle vittime di violenza realizzato all’interno del progetto Epigenetica per le donne ( Epigenetics for WomEn, EpiWE), di cui l'Iss è l’ente promotore in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e la Fondazione Cà Granda dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.
“Quei risultati preliminari, che erano stati ottenuti analizzando un pannello di 10 geni - spiega Gaudi - sono stati il punto di partenza per lo sviluppo dello studio multicentrico, che prende il via grazie all’accordo di collaborazione tra ministero della Salute-Centro nazionale per la prevenzione ed il controllo delle malattie (Ccm) e l’Iss". La nuova fase prevede il coinvolgimento di 7 unità operative e di cinque regioni, Lazio, Lombardia, Campania, Puglia e Liguria. Grazie alla medicina territoriale e ai suoi ambulatori, pronto soccorsi, case antiviolenza, asl, le donne vittime di violenza relazionale o sessuale saranno informate sulla possibilità di donare un loro campione biologico e di tornare per valutare nel tempo la possibile variazione epigenomica. I prelievi di sangue (uno ogni sei mesi) sono aperti anche alle operatrici sanitarie e alle donne non vittime di violenza. Per la raccolta dati è stata sviluppata una scheda informatica con 4 domande di contesto, 5 per indagare il rischio di recidiva violenta, e 18 per individuare un'eventuale sindrome da stress post traumatico. L'obiettivo, dice Gaudi, è "rompere il silenzio e trasformare la narrazione della violenza in dati scientifici per realizzare nuovi protocolli di prevenzione di precisione”.
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