
Per i clinici non è un semplice disturbo del sonno, ma una malattia con impatto sanitario, sociale ed economico. E oggi resta ancora sottodiagnosticata e sottotrattata.
L’insonnia cronica è indubbiamente una delle grandi patologie sottostimate del nostro sistema sanitario. Colpisce ben 13,4 milioni di italiani e - dati alla mano - costa al Paese oltre 14 miliardi di euro all’anno tra visite, ricoveri, farmaci, assenze lavorative e incidenti domestici o stradali. Nonostante questi numeri l’insonnia viene ancora oggi considerata dai più come un disturbo di importanza secondaria, semplice espressione di stress e non meritevole di una vera e approfondita diagnosi clinica.
Ne consegue un peso che grava quasi interamente sui pazienti e sul SSN, poiché solo il 40% di chi soffre di insonnia riceve una diagnosi, e appena il 21% accede a un trattamento mirato alla sua specifica condizione.
Una cronicità che impatta pesantemente sulla salute pubblica
L’insonnia cronica non va scambiata quindi con una semplice difficoltà nel dormire. È, piuttosto, un disturbo strutturato e definito da criteri chiari che vanno dalla difficoltà nell’addormentarsi al mantenimento del sonno notturno, fino ai risvegli precoci, con un impatto significativo sulla qualità della vita per almeno tre mesi. Un impatto che viene riferito dai pazienti con questi segni caratteristici: ridotta lucidità, irritabilità, peggioramento dell’umore, difficoltà cognitive e mnemoniche. Il tutto si traduce in un vero e proprio disgregamento della qualità della vita quotidiana: oltre il 60% dei pazienti riporta una compromissione del benessere psicologico, mentre il 43% vede ridursi in modo significativo la propria vita sociale.
È nel tempo che le alterazioni del sonno possono produrre i danni più severi. Lo spiega senza mezzi termini il professor Luigi Ferini-Strambi, primario del Centro Medicina del Sonno e Ordinario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele: "Quando parliamo di insonnia non ci riferiamo solo alla mancanza di sonno, ma a una malattia che ha un impatto molto importante anche sulla salute mentale e fisica dei pazienti. L’insonnia cronica aumenta il rischio di sviluppare disturbi tra cui depressione, ansia, abuso di alcol, rischio suicidario, demenza e ictus, malattie cardiovascolari e disturbi metabolici come obesità e diabete".
Un costo invisibile per welfare, produttività e sicurezza
Se i dati clinici sono importanti, quelli economici risultano persino autoevidenti: l’insonnia costa allo Stato circa 14 miliardi l’anno. Non si tratta solo di costi sanitari diretti, anzi, sono quelli indiretti la voce di spesa più importante: assenze dal lavoro, riduzione delle performance, disoccupazione, incidenti stradali e domestici, perdita di produttività.
Così la professoressa Emi Bondi, Direttrice del Dipartimento di Salute Mentale dell’Ospedale San Giovanni XXIII di Bergamo, rimarca la criticità del ritardo diagnostico e delle conseguenze economico-sociali: "La diagnosi precoce è fondamentale, ma oggi ancora pochi pazienti la ricevono. Serve un cambio di passo nella consapevolezza clinica e nell’accesso alle cure, perché la malattia ha ripercussioni importanti sulla vita lavorativa. Il 24% dei pazienti ha perso il posto di lavoro a causa dell’insonnia. Il 22% ha avuto un incidente negli ultimi 12 mesi, e nel 38% dei casi è stato necessario un intervento medico". Sono numeri che descrivono una patologia trasversale, che attraversa clinica, economia, sicurezza stradale, welfare e produttività.
Trattamenti efficaci esistono, ma l’Italia li usa poco
Eppure l’insonnia cronica non è una condanna e vi sono chiare linee guida di trattamento. Si parte da quelle comportamentali, che affondano le radici nella terapia cognitivo-comportamentale. A fronte di una validazione scientificamente accertata e di un’efficacia consolidata, risulta ancora scarsamente disponibile sul territorio perché non rimborsata e difficile da integrare nei percorsi di medicina generale.
Molto può essere fatto anche attraverso un uso corretto e consapevole dei farmaci. Negli ultimi anni sono emerse soluzioni innovative, più rispettose della fisiologia del sonno, che agiscono sui neuropeptidi che regolano la veglia anziché "forzare" la sedazione. È un cambio di paradigma che supera l’induzione del sonno a favore della qualità fisiologica dello stesso. Si tratta di farmaci, prima di stretta pertinenza neurologica, che oggi possono essere prescritti anche dai medici di medicina generale, purché adeguatamente formati sulle specifiche esigenze dell’insonne e sul tipo di insonnia da trattare.
Una priorità di salute pubblica ancora fuori dalle agende istituzionali
Il punto dunque, come osservano gli esperti, non è semplicemente clinico. L’insonnia cronica è una patologia che impone al Paese un cambio di prospettiva: riconoscerla, diagnosticarla precocemente, trattarla in modo appropriato e prevedere percorsi di tutela per i pazienti più compromessi.
Marco Rolandi, presidente di RLS Italia, riassume con chiarezza questo passaggio culturale necessario: "Chi soffre di insonnia cronica vive un percorso a ostacoli: dalla difficoltà nel riconoscimento della malattia alle poche risorse dedicate. Occorre inserirla nelle agende di salute pubblica, promuovere diagnosi precoce, percorsi terapeutici efficaci e soluzioni di welfare che tengano conto dell’impatto sanitario, sociale ed economico della patologia".
L’insonnia cronica non è quindi solo un disturbo del sonno: è anche una malattia sociale, una minaccia trasversale alla salute pubblica che oggi resta – ancora – spesso invisibile o comunque sottovalutata.
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