
Industria, Pmi e politica concordano sul superamento del payback. Ma il meccanismo resta. Il nodo non è sanitario, è di finanza pubblica.
Sul payback sanitario la critica è ormai trasversale. Industrie dei dispositivi medici, aziende farmaceutiche, piccole e medie imprese, associazioni di categoria e persino i decisori politici concordano sul fatto che si tratta di un meccanismo distorsivo, anomalo e penalizzante. Eppure rimane intatto, nonostante anni di annunci sul suo superamento. La domanda, a questo punto, è tanto da inevitabile da sembrare persino retorica: se tutti sono contro il payback, perché non viene semplicemente abolito?
Una misura che nessuno vuole difendere
Solo negli ultimi giorni, complice anche la discussione sulla legge di bilancio, il fronte delle critiche si è ulteriormente allargato. Dopo i dispositivi medici, anche il comparto dei farmaci essenziali torna a indicare il payback come una misura fonte di instabilità. "Ci sono segnali di attenzione inequivocabili dal governo, ma ora servono riforme strutturali e certezza delle regole", ha infatti dichiarato Stefano Collatina, presidente di Egualia, intervenendo a Coffee Break su La7.
Il punto, al di là dell’entità dei rimborsi richiesti alle aziende, è la logica stessa del meccanismo: prezzi compressi, payback imprevedibile, difficoltà di investimento e rischio di carenze, soprattutto per i medicinali a basso prezzo e alto utilizzo.
Una posizione che si somma a quelle già espresse dalle imprese dei dispositivi medici e dalle Pmi del settore, tutte concordi nel definire il payback non una misura di governance, ma una scorciatoia.
Perché allora il payback resiste (nonostante tutti)
Il punto è che il payback non è uno strumento di politica sanitaria ma una valvola di sicurezza della finanza pubblica. Serve a correggere gli sforamenti di spesa senza dover trovare subito coperture alternative a bilancio. Consente allo Stato di tenere i conti in ordine guadagnando tempo sulla scelta politicamente più difficile: decidere quante risorse destinare in modo strutturale.
Abolire il payback significa quindi mettere risorse vere a bilancio, assumendosi tanto il costo politico quanto quello finanziario immediato. È qui che la situazione si complica perché tutti riconoscono gli effetti negativi del meccanismo ma non c’è una reale determinazione ad affrontare il peso di una decisione esplicita di spesa.
Farmaci e dispositivi. Un problema comune
Le parole di Collatina rendono evidente lo scollamento tra dichiarazioni e realtà. Nel Testo Unico di riordino della farmaceutica, osserva Egualia, dovranno trovare spazio soluzioni strutturali su prezzi, accesso all’innovazione e continuità delle forniture. Lo stesso vale per il procurement regionale, che continua a privilegiare la logica del massimo ribasso a scapito della stabilità del sistema.
Il quadro si complica ulteriormente a livello europeo. Il Critical Medicines Act riconosce sì la fragilità delle filiere, ma mette in campo risorse giudicate insufficienti. E nuove le regole ambientali, come la direttiva sulle acque reflue urbane, rischiano - secondo la voce dell’industria - di spingere fuori mercato proprio i farmaci essenziali a basso prezzo.
Un ulteriore rinvio non è più sostenibile
Il payback è diventato così il simbolo di una contraddizione. Tutti lo indicano come un problema, nessuno lo rivendica, ma continua a essere utilizzato perché evita di affrontare il nodo centrale: quanto siamo disposti a investire, in modo stabile e trasparente, nella sanità pubblica. Consente, in definitiva, di ovviare a quel problema di governance sanitaria che è emerso in tutta la sua attualità dopo l’emergenza Covid.
Ma il payback rischia di essere in sanità ciò che la riforma Fornero è stata per la previdenza: un meccanismo contestato da tutti e a cui nessuno sembra disposto a rinunciare.
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