
Un italiano fragile su cinque rinuncia alle cure. La spesa privata sale al 24%: equità e universalismo del Ssn sotto pressione.
Secondo il nuovo rapporto "Sussidiarietà e… salute" della Fondazione per la Sussidiarietà, una percentuale di italiani compresa tra il 9-10% ha rinunciato o rinviato cure necessarie per motivi economici o per difficoltà di accesso. E il dato, come è facile immaginare, supera il 20% tra le fasce più svantaggiate.
Il Servizio sanitario nazionale resta formalmente universale. Ma nei fatti l’accesso si differenzia lungo le linee del reddito, dell’istruzione e della condizione sociale.
Out-of-pocket al 24%, sopra la soglia Oms
Il dato più eloquente è quello della spesa sanitaria sostenuta direttamente dai cittadini. La quota out-of-pocket è pari al 24% della spesa totale, ben oltre la media Ue (circa il 15%) e stabilmente sopra la soglia del 15-20% indicata dall’Oms come limite oltre il quale l’equità del sistema inizia a incrinarsi.
Dal 2010 la crescita è costante, con la sola eccezione del periodo pandemico. Parallelamente, la quota della produzione sanitaria pubblica sul totale si è ridotta, passando dal 63,9% del 1980 al 61,1% del 2022. Non è quindi una trasformazione improvvisa. È una tendenza di lungo periodo.
L’8,6% delle famiglie affronta spese sanitarie "catastrofiche", cioè tali da compromettere l’equilibrio economico del nucleo. L’Italia, su questo indicatore, si colloca tra i peggiori Paesi Ocse.
Fragilità e titolo di studio: la salute come variabile sociale
Il rapporto evidenzia una correlazione netta tra livello di istruzione e mortalità evitabile. I tassi per 10.000 residenti sono quasi doppi tra chi non possiede un titolo di studio rispetto ai laureati. La salute, in altre parole, non è distribuita in modo neutro: segue la stratificazione sociale.
È un dato che interroga direttamente l’architettura del Ssn: universalismo formale e disuguaglianze sostanziali possono coesistere per anni, ma alla lunga producono tensioni sistemiche.
Anziani soli, non autosufficienza e Adi insufficiente
Anche il quadro demografico amplifica il problema: circa 4 milioni di over-65 non autosufficienti richiedono maggiore assistenza. Oltre 5,5 milioni vivono soli. Il 14% è a rischio di isolamento sociale. Quasi un milione è in povertà assoluta.
L’Assistenza domiciliare integrata copre solo il 30,6% degli anziani non autosufficienti. Il resto del carico ricade sulle famiglie.
È qui che il sottofinanziamento e l’organizzazione per silos mostrano i loro effetti. Secondo gli autori, le risorse vengono allocate sulla base delle prestazioni erogate più che sugli esiti o sulla continuità dei percorsi. I pazienti cronici e fragili, che attraversano più setting di cura, finiscono così per non avere una responsabilità unitaria.
La carenza di personale – in particolare dei medici di medicina generale – viene indicata come uno dei punti più critici per la presa in carico delle fragilità.
Sussidiarietà come architettura di cooperazione
"La sussidiarietà come è intesa nel nostro rapporto è una architettura di cooperazione tra Stato, territori e comunità", afferma Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. "È questa la chiave per restituire al sistema efficacia, equità e sostenibilità nel lungo periodo".
Il punto politico è chiaro: senza integrazione tra sanitario e sociosanitario, senza prossimità e continuità assistenziale, il diritto alla salute rischia di essere progressivamente ridimensionato.
Non per una riforma esplicita, ma per effetto cumulativo di scelte organizzative e finanziarie.
Via libera alle intese con quattro Regioni: più autonomia su salute e finanza. Resta lo standard nazionale, ma crescono le incognite sui divari territoriali.
Aceti: previsto da oltre un anno e mezzo, dovrebbe esercitare anche poteri sostitutivi sulle Regioni inadempienti.
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