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Fine vita: Consulta, non è illegittima l’intera legge della Toscana

Sanità pubblica Redazione DottNet | 30/12/2025 11:23

La Corte costituzionale ha bocciato parti della legge regionale toscana sul suicidio medicalmente assistito, spiegando dove è in contrasto con la competenza statale.

Con una decisione depositata il 29 dicembre, la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionali alcuni articoli della legge regionale della Toscana n. 16/2025 che disciplinavano requisiti, tempistiche e modalità per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, ritenendo che tale materia richieda uniformità di disciplina a livello nazionale e non possa essere regolata in modo sostanziale a livello regionale.

Cosa ha deciso la Consulta

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La Corte ha esaminato la legge toscana che, in assenza di una normativa nazionale organica sulla materia, aveva cercato di definire requisiti di accesso, termini per verifiche e modalità di attuazione per il suicidio medicalmente assistito, oltre a imporre alle aziende sanitarie locali l’organizzazione del supporto tecnico, farmacologico e sanitario per consentire l’autosomministrazione del farmaco autorizzato.

Secondo la Consulta, la legislazione regionale non può "impossessarsi" dei principi ordinamentali fissati dalla Corte e regolamentare una materia che coinvolge aspetti di ordinamento civile e penale e che richiede uniformità su tutto il territorio nazionale. Per questo sono stati dichiarati incostituzionali gli articoli che definivano i criteri di accesso, i tempi per la verifica dei requisiti e le modalità operative.

Il quadro giuridico di riferimento

In Italia, il tema dell’aiuto medico alla fine vita si è sviluppato attraverso le vie tortuose della giurisprudenza e non tramite una legge statale dedicata. Già con la sentenza n. 242 del 2019 la Corte costituzionale aveva parzialmente depenalizzato l’assistenza al suicidio per persone affette da patologie irreversibili, con sofferenze insopportabili, in condizioni di dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e pienamente capaci di autodeterminazione.

Nel 2024, con la sentenza n. 135, la Consulta ha ampliato l’interpretazione del requisito di "trattamenti di sostegno vitale", includendo anche quelli non necessariamente eseguiti direttamente da personale sanitario, purché il rifiuto di tali trattamenti possa portare a una morte imminente.

Pur al di fuori di una disciplina organica, queste pronunce continuano ad avere efficacia diretta e possono essere applicate dal giorno successivo alla loro pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Perché allora è stata giudicata incostituzionale

La motivazione principale della Corte è che la materia toccata dalla legge toscana - ovvero i criteri procedurali per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, la sostanza dell’atto - travalica le competenze regionali e sconfina nella competenza statale, poiché tocca aspetti di diritto civile e penale che devono essere disciplinati in modo uniforme sull’intero territorio nazionale.
La Consulta ha ribadito come sia il legislatore nazionale ad avere la responsabilità di trovare un equilibrio tra il diritto all’autodeterminazione e l’obbligo di proteggere la vita, compito che non può essere delegato a leggi regionali.

Cosa potrebbe accadere adesso

La decisione della Corte lascia aperti diversi scenari, che andiamo a esaminare:

Normativa nazionale. La Corte stessa, nelle pronunce precedenti, ha sollecitato più volte il Parlamento a intervenire con una legge organica sul fine vita e sul suicidio medicalmente assistito, ma finora il legislatore non ha approvato una disciplina completa. La sentenza attuale potrebbe rinnovare la pressione politica per colmare questa lacuna normativa.

Ulteriori iniziative regionali. Altre regioni italiane (come la Sardegna) hanno già adottato o stanno valutando proprie norme per disciplinare procedure e tempi dell’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito, sulla scorta della sentenza 242/2019. Alcune di queste leggi o proposte regionali sono state impugnate davanti alla Corte o sono in corso di valutazione, poiché il Governo sostiene che la materia rientri nella competenza esclusiva statale.

Governo e Parlamento. Dato che la Corte che ha chiarito i limiti della legislazione regionale, l’attenzione si sposta sull’azione del Parlamento e dell’Esecutivo. Una legge nazionale potrebbe introdurre requisiti, tutele e procedure uniformi per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, definendo un perimetro di garanzie costituzionali.

Controversie etiche e sociali. L’equilibrio tra il diritto all’autodeterminazione, il dovere di proteggere la vita e la tutela dei soggetti vulnerabili continuerà tuttavia a essere un tema di ampio dibattito pubblico e politico, con implicazioni che vanno oltre il diritto positivo e toccano questioni etiche profonde. Da questo punto di vista le reazioni degli esponenti politici di una parte o dell’altra rendono perfettamente l’idea di come lo stesso fenomeno, guardato da prospettive differenti, possa essere interpretato in maniera opposta.

Reazioni del mondo politico

Le reazioni alla pronuncia della Corte costituzionale sulla legge regionale toscana sul fine vita si collocano su posizioni diverse lungo l’arco politico. Dal centrosinistra, il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ha espresso soddisfazione, sostenendo che la sentenza "ci riconosce la legittimità e i contenuti sulla materia", osservando che "c’è un diritto delle Regioni a legiferare" sul suicidio medicalmente assistito nonostante l’assenza di una legge statale organica e lamentando che "il Governo chiedeva d’abrogare la nostra legge".

Anche dal fronte parlamentare arriva una lettura articolata: per il senatore Alfredo Bazoli, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Giustizia a Palazzo Madama, la Corte ha confermato che le Regioni "possono ben intervenire per dare attuazione ai principi desumibili dalle sentenze della Corte sul suicidio assistito", ma ha ribadito che "le regioni non possono comunque andare oltre" rispetto a quanto riservato al legislatore nazionale, sottolineando la "inderogabile necessità di procedere con l’approvazione di una legge nazionale".

Dal centrodestra toscano arrivano critiche più nette. Per Chiara La Porta, presidente del gruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale della Toscana, la sentenza conferma che alcune disposizioni erano di competenza statale, e i "trionfalismi ingiustificati" intorno alla pronuncia sono da evitare. Sulla stessa linea, il capogruppo di Marco Stella, capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale ha definito "incomprensibili le esultanze a sinistra", evidenziando che la Consulta ha accolto il ricorso del Governo e dichiarato illegittimi diversi articoli della legge toscana.

Associazioni, Chiesa e società civile

Ai diritti civili e alle organizzazioni per le libertà individuali, la pronuncia costituisce un passo centrale nel dibattito sul fine vita. L’Associazione Luca Coscioni ha sottolineato che "il Governo ha tentato di bloccare tutto, ma la Corte costituzionale ha detto no", affermando che "la sentenza smonta definitivamente la strategia del rinvio permanente" e ribadendo che "le Regioni possono e devono organizzare il Servizio sanitario per rendere effettivi i diritti già riconosciuti".

Da parte ecclesiale, il cardinale Augusto Paolo Lojudice, presidente della Conferenza Episcopale Toscana, ha letto la decisione come un richiamo all’urgenza di una disciplina parlamentare onnicomprensiva, affermando che la sentenza mostra "l’urgenza di ripensare la legge sul fine vita coinvolgendo il Parlamento" e ribadendo la necessità di norme "ispirate al riconoscimento del valore della vita".

La parola passa all’Aula (forse)

La sentenza della Corte costituzionale sottolinea che non è possibile regolamentare in modo sostanziale il suicidio medicalmente assistito a livello regionale, evidenziando la necessità di una disciplina nazionale coerente e uniforme. Il fine vita resta un campo giuridico e politico aperto, con l’attuale quadro giurisprudenziale che offre indicazioni precise ma non esaustive, in attesa di un intervento legislativo del Parlamento.

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