
Un team di ricerca dell’Università dell’Aquila, in collaborazione con i colleghi statunitensi e olandesi, ha identificato un biomarcatore nel sangue capace di prevedere l’evoluzione della malattia di Parkinson.
La scoperta è stata pubblicata sulla rivista Nature Aging e punta a stimare la gravità della patologia nei tre anni successivi alla diagnosi, aiutando i medici a pianificare tempi e modalità delle terapie.
Invecchiamento e danni al DNA
La ricerca si colloca nel contesto dell’invecchiamento della popolazione. L’età è tra i principali fattori che influenzano l’insorgenza del Parkinson. Un effetto associato all’età è l’accumulo progressivo di danni al DNA, legato alla minore efficienza dei meccanismi cellulari di riparazione.
I ricercatori hanno osservato nel sangue dei pazienti con Parkinson, una riduzione dei sistemi che riparano il DNA. Inoltre hanno identificato un marcatore presente solo in chi, successivamente, sviluppa forme più gravi della malattia.
Come evidenziato dalla newsletter d'ateneo 'Uan', a coordinare lo studio il professor Pier Giorgio Mastroberardino. Tra le sue dichiarazioni: "I pazienti che mostravano tali difetti hanno sviluppato sintomi più gravi di Parkinson dopo tre anni rispetto a chi non li presentava".
Terapie personalizzate grazie a un esame del sangue
I dati sono stati analizzati attraverso il Parkinson’s Progression Markers Initiative (PPMI), progetto internazionale coordinato e finanziato dalla Michael J. Fox Foundation. Sul fronte terapeutico, Mastroberardino sottolinea che lo standard è la sostituzione della dopamina: la perdita di neuroni determina una carenza che si manifesta con tremori e altri sintomi.
Un eccesso di dopamina, però, può provocare discinesia. Per questo motivo l’obiettivo futuro è arrivare a prevedere l’andamento della malattia con un semplice esame del sangue, pur con la necessità di ulteriori studi prima dell’applicazione clinica.




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