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Assistenza domiciliare, cosa prevede davvero la nuova norma della Legge di Bilancio

La Legge di Bilancio introduce un nuovo livello essenziale per l’assistenza domiciliare ai non autosufficienti: una misura che allarga la platea ma riduce l’intensità dei servizi.
Sanità pubblica

La Legge di Bilancio introduce una nuova soglia nazionale per l’assistenza domiciliare rivolta a persone con disabilità e non autosufficienti. Una misura presentata come rafforzamento dei livelli essenziali delle prestazioni, ma che, a una lettura più attenta, solleva interrogativi rilevanti sulla reale capacità di rispondere ai bisogni assistenziali più complessi.

Cosa dice la norma: un’ora a settimana come livello essenziale

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Il provvedimento inserisce nei Livelli essenziali delle prestazioni sociali (LEPS) un nuovo standard minimo di assistenza domiciliare: un’ora di assistenza a settimana per persona, pari a circa 13 ore l’anno. La misura è rivolta a persone disabili e malati cronici non autosufficienti ed è pensata per garantire una copertura uniforme sul territorio nazionale.

Formalmente, si tratta di un passo verso l’omogeneizzazione dei servizi, in un ambito, quello dell’assistenza domiciliare, segnato da forti disuguaglianze regionali e locali. La platea dei beneficiari viene infatti ampliata fino a circa un milione di persone.

La logica che l’ha prodotta: garantire "qualcosa" a più persone

La ratio della norma è dunque quel di allargare l’accesso formale al servizio, fissando un livello minimo nazionale. In un contesto di risorse limitate e di crescente domanda assistenziale, la scelta politica è stata quella di distribuire il servizio su una platea più ampia, definendo una soglia considerata "esigibile" ovunque.

Questa impostazione consente allo Stato di affermare che l’assistenza domiciliare è garantita come diritto essenziale, superando la frammentazione precedente. Tuttavia, la misura non è accompagnata da un incremento proporzionale delle risorse né da indicazioni sull’intensità assistenziale necessaria in base alla gravità dei bisogni.

Perché si tratta di un taglio mascherato

Il nodo critico emerge quando si confronta lo standard fissato con i bisogni reali delle persone non autosufficienti. Un’ora a settimana non rappresenta un’assistenza adeguata per anziani gravi, disabili complessi, persone con patologie neurodegenerative o oncologiche avanzate. In questi casi, il bisogno è quotidiano e continuativo.

Inoltre, rispetto a precedenti livelli di riferimento, lo standard viene di fatto ridotto: si passa da una media di 18 ore annue a 13, con una diminuzione dell’intensità del servizio. L’ampliamento della platea avviene quindi a costo di una diluizione dell’assistenza, non di un suo potenziamento.

È questo il motivo per cui diversi operatori del settore parlano di "prestazionismo": una prestazione minima, formalmente garantita, che però non incide in modo significativo sulla qualità della vita delle persone assistite.

L’effetto concreto: il carico torna su famiglie e caregiver

Nella pratica, la norma rischia di spostare ulteriormente il peso dell’assistenza sulle famiglie, sui caregiver informali e sul ricorso a servizi privati. Per chi ha bisogni assistenziali complessi, il nuovo livello essenziale non sostituisce né integra in modo sufficiente l’assistenza necessaria, ma rischia di diventare un alibi normativo per contenere la spesa pubblica.

Il risultato è un sistema che garantisce un minimo a molti, ma non garantisce abbastanza a chi sta peggio, accentuando le disuguaglianze sostanziali dietro una cornice di universalismo formale.

Una scelta che interroga il futuro del welfare pubblico

La misura segna un passaggio delicato nella trasformazione del welfare sociosanitario. Più che un rafforzamento dell’assistenza domiciliare, appare come una rimodulazione al ribasso, che consente di dichiarare l’esistenza di un diritto senza affrontare il nodo centrale: l’adeguatezza delle prestazioni rispetto ai bisogni.

In questo senso, la nuova soglia fissata dalla Legge di Bilancio non rappresenta tanto un ampliamento dei servizi, quanto una ridefinizione minimale dell’assistenza, con il rischio di normalizzare livelli insufficienti e di allontanare ulteriormente il sistema pubblico dalla presa in carico reale delle fragilità più gravi.

Sanità pubblica
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