
Il riconoscimento del Ministero dell’impatto comunicativo di un film di Checco Zalone riapre il dibattito sull’efficacia delle politiche di prevenzione.
"Di fatto l’impatto della nostra attività sulla salute pubblica e sull’adesione agli screening è stato inferiore a quello ottenuto da Checco Zalone con alcune proiezioni cinematografiche". Sono le parole pronunciate dalla capo del Dipartimento Prevenzione del Ministero della Salute, Maria Rosaria Campitiello, durante il convegno "Promuovere la salute, educare alla prevenzione: il ruolo condiviso contro l’Hpv" presso l’Istituto superiore di sanità.
Una dichiarazione che arriva in una fase in cui la prevenzione è indicata come asse strategico del Servizio sanitario nazionale: dal rafforzamento degli screening previsto nei documenti programmatici, agli investimenti annunciati negli ultimi provvedimenti di finanza pubblica, fino al richiamo costante a una sanità "più proattiva" da parte del ministro Orazio Schillaci.
Risorse e programmi: il divario con l’impatto reale
Mai come nell’ultimo anno la parola "prevenzione" è stata al centro di piani nazionali, campagne informative e magnete di risorse. Screening oncologici, vaccinazioni e promozione di stili di vita corretti vengono presentati come strumenti essenziali per la sostenibilità del sistema e per la tutela della salute collettiva.
Eppure, i dati sull’adesione restano disomogenei sul territorio e spesso inferiori agli obiettivi fissati. È in questo scarto che il successo "indiretto" di un prodotto culturale come un film finisce per assumere un significato più ampio: non sostituisce la prevenzione pubblica, ma ne evidenzia i limiti comunicativi e relazionali.
Testimonial e influencer: strumento o supplenza?
"Nel 2026 il Dipartimento della prevenzione avvierà collaborazioni con influencer, cantanti, attori e personalità del mondo della Tv", ha proseguito Campitiello, "perché se l’obiettivo delle istituzioni è aumentare l’adesione agli screening bisogna concentrarsi sul risultato e non sul mezzo".
L’ipotesi di coinvolgere influencer, cantanti e personaggi televisivi non è nuova e non è, in sé, discutibile. In particolare su temi come la vaccinazione contro l’Hpv (focus specifico del convegno) o gli screening rivolti ai più giovani, il ricorso a linguaggi e figure di riferimento extra-istituzionali può aumentare l’attenzione.
Il nodo critico emerge quando questo approccio rischia di diventare una supplenza strutturale. Se la prevenzione riesce a incidere solo quando è veicolata da figure carismatiche esterne, la questione non riguarda tanto il mezzo utilizzato quanto la capacità del sistema pubblico di costruire fiducia, prossimità e continuità nel tempo.
Prevenzione come sistema, non come campagna
Il dibattito si inserisce in un contesto più ampio, segnato dalle discussioni sui livelli essenziali delle prestazioni e sulla riforma dell’architettura del Ssn. Una prevenzione realmente efficace non può essere ridotta a una sequenza di campagne, per quanto ben finanziate, ma dovrebbe essere integrata stabilmente nella medicina territoriale, nella scuola, nei percorsi di cura e nella relazione continuativa con i cittadini.
Il film di Zalone, in questo senso, non rappresenta un problema ma un indicatore: mostra che il messaggio arriva quando è percepito come vicino, comprensibile e non calato dall’alto. La sfida per le istituzioni sanitarie non è imitare il linguaggio dello spettacolo, ma ricostruire le condizioni perché la spinta alla prevenzione non abbia bisogno di intermediari esterni per essere ritenuta credibile e convincente.
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