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Gli Stati Uniti fuori dall’OMS: una scelta simbolica che incide sulla politica della scienza

L’uscita degli USA dall’OMS è diventata effettiva dal 22 gennaio 2026. Oltre al taglio dei finanziamenti all’OMS, la decisione si inserisce in una più ampia ridefinizione delle priorità scientifiche e della cooperazione internazionale.
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L’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è ora ufficiale. A partire dal 22 gennaio 2026, Washington non figura più tra i Paesi membri dell’agenzia delle Nazioni Unite, a seguito della procedura di ritiro avviata nel 2025 con un ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump all’inizio del suo secondo mandato.

La decisione era attesa e ampiamente annunciata. Ciò che rende significativa la data odierna non è tanto l’atto formale, quanto il suo valore simbolico e le conseguenze sistemiche che produce sul piano della sanità globale, della ricerca scientifica e della cooperazione internazionale.

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Il peso degli Stati Uniti nel bilancio dell’OMS

Prima del ritiro, gli Stati Uniti rappresentavano il principale finanziatore dell’OMS. Secondo i dati di bilancio dell’organizzazione, i contributi statunitensi – tra obbligatori e volontari – arrivavano a coprire una forbice compresa tra il 15-18% delle risorse complessive, con un ruolo determinante nel sostenere programmi di sorveglianza epidemiologica, risposta alle emergenze sanitarie e rafforzamento dei sistemi sanitari nei Paesi a basso e medio reddito. Ciò che in termini geopolitici potrebbe essere definito parte del soft power.

Il venir meno di questi fondi ha già costretto l’OMS a rivedere la propria programmazione finanziaria, avviando una razionalizzazione delle attività e una riorganizzazione interna, con effetti potenziali sulla capacità operativa dell’agenzia nei prossimi anni.

Ricerca e cooperazione: l’effetto sui programmi internazionali

L’impatto del ritiro statunitense non si limita al funzionamento dell’OMS. Analisi pubblicate su riviste scientifiche internazionali, tra cui Nature, hanno evidenziato come il disimpegno degli Stati Uniti dalle principali reti multilaterali possa tradursi in una riduzione significativa delle risorse destinate alla ricerca collaborativa e ai programmi di salute globale.

Secondo queste valutazioni, la riallocazione dei finanziamenti federali rischia di colpire in modo selettivo alcuni ambiti, in particolare quelli legati alla salute globale, alla prevenzione, alla preparedness pandemica e agli studi ambientali. Le stime circolate in ambito accademico indicano che, in alcuni settori, il ridimensionamento dei fondi potrebbe arrivare fino a circa un terzo delle risorse precedentemente disponibili, con effetti a cascata sulle collaborazioni internazionali e sulla produzione di dati condivisi.

Vale comunque la pena precisare che i tagli decisi dall’amministrazione devono comunque passare al vaglio di un Congresso che mostra segnali di spaccatura rispetto alla svolta isolazionista statunitense.

Dati, clima e salute: una frattura che va oltre la sanità

Il ritiro dall’OMS si inserisce comunque in una traiettoria culturalmente contraddistinta da una riduzione dell’impegno statunitense in diversi organismi multilaterali che operano nel campo della scienza, del clima e dell’ambiente. Negli ultimi anni, Washington ha progressivamente preso le distanze da programmi e strutture internazionali impegnate nel monitoraggio delle variazioni climatiche, della biodiversità e degli impatti ambientali sulla salute.

Un aspetto rilevante, se si considera che molte delle evidenze scientifiche alla base delle politiche di prevenzione sanitaria – dalle zoonosi alle malattie emergenti – derivano proprio dall’integrazione tra dati ambientali, veterinari e sanitari. Un approccio riassunto nel paradigma One Health, che riconosce l’interconnessione tra salute umana, animale e ambientale.

Sovranità scientifica e ridefinizione delle priorità

Nel complesso, l’uscita degli Stati Uniti dall’OMS appare meno come una scelta isolata in ambito sanitario e più come l’espressione di una visione della scienza fortemente ancorata a priorità nazionali. Una visione che non mette formalmente in discussione la libertà della ricerca, ma che tende a delimitare gli ambiti considerati strategici attraverso gli strumenti del finanziamento pubblico. Così come del pubblico biasimo presidenziale verso le istituzioni che contestano tali scelte.

In questo quadro, la cooperazione scientifica multilaterale, la produzione di beni conoscitivi globali e la ricerca orientata alla prevenzione rischiano di perdere centralità rispetto a settori ritenuti più direttamente funzionali a interessi economici o geopolitici immediati.

Una scelta che ridisegna gli equilibri

La data del 22 gennaio 2026 segna dunque un passaggio che va letto oltre il perimetro dell’OMS. È un segnale che riguarda il modo in cui uno dei principali attori globali intende rapportarsi alla scienza, alla salute e ai beni pubblici globali. Le conseguenze di questa scelta non si esauriranno nel breve periodo e continueranno a incidere sugli equilibri della ricerca internazionale e sulle capacità di risposta collettiva a rischi sanitari e ambientali condivisi.

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