
Accordo passato in Conferenza Stato-Regioni. Prevenzione e benessere al centro, ma servono criteri e valutazioni.
La cultura come possibile strumento di supporto alle cure mediche diventa, almeno formalmente, una realtà. È infatti passato oggi in Conferenza Stato-Regioni lo schema di Protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute sulla cosiddetta "prescrizione dell’arte". Si tratta di un’iniziativa che si inserisce nell’ampio e variegato filone delle politiche di prevenzione e di promozione del benessere che ha caratterizzato l’attività di Governo - in sanità - negli ultimi mesi.
L’accordo mira a riconoscere alle attività culturali – dalla fruizione museale alla musica, dal teatro alla letteratura – un ruolo di affiancamento alle cure tradizionali, in particolare nei percorsi rivolti a persone con fragilità, condizioni croniche o disagio psichico.
"La cultura può affiancare le cure mediche"
A presentare l’iniziativa è stata la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, intervenuta in Conferenza Stato-Regioni. "La cultura è una risorsa viva e fruirne incide positivamente sul benessere del singolo individuo", ha affermato, sostenendo che il protocollo intende "riconoscere alla cultura anche la capacità di affiancarsi alle cure mediche come strumento terapeutico".
Secondo Borgonzoni, uno degli obiettivi dell’intesa consiste nel superare la frammentazione delle esperienze già attive sul territorio, attraverso l’istituzione di un tavolo tecnico incaricato di censire le iniziative esistenti e individuare modelli potenzialmente replicabili.
Prevenzione e prescrizione sociale
Il protocollo si colloca nel solco della cosiddetta "prescrizione sociale", ovvero un approccio che interviene sui determinanti non strettamente clinici della salute, come isolamento, sedentarietà e benessere psicologico. "La bellezza non solo cura, ma aiuta a combattere solitudine e sedentarietà", ha aggiunto Borgonzoni, indicando come ambiti prioritari di applicazione le patologie neurodegenerative e i disturbi depressivi.
In questo senso, l’iniziativa si inserisce in un orientamento che negli ultimi anni ha progressivamente ridefinito il concetto di prevenzione e cura prevenzione, spostandone il perimetro oltre i confini tradizionali del sistema sanitario.
Evidenze e limiti di trasferibilità
Nel presentare il protocollo, la sottosegretaria ha richiamato alcune esperienze internazionali, citando studi condotti nel Regno Unito dalla University College London, secondo cui programmi di arteterapia avrebbero contribuito a ridurre l’accesso ai medici di medicina generale e i ricoveri ospedalieri.
Sono dati che, pur interessanti, possono essere traslati sulla realtà italiana facendo attenzione: la trasferibilità di tali modelli richiede criteri di valutazione, indicatori condivisi di efficacia e una distinzione netta tra interventi di promozione del benessere e pratiche terapeutiche in senso stretto.
Un terreno ancora da strutturare
Il passaggio in Conferenza Stato-Regioni rappresenta comunque un primo riconoscimento istituzionale del tema, pur lasciando aperte questioni rilevanti. In assenza di un quadro definito di governance, di risorse dedicate e di valutazione degli esiti, il rischio è che la "prescrizione dell’arte" resti confinata a un insieme di buone pratiche eterogenee, più simboliche che strutturali.
La sfida, per il sistema sanitario, sarà evitare derive retoriche e collocare queste iniziative all’interno di politiche di prevenzione basate su evidenze, integrazione interdisciplinare e sostenibilità.
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