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Pma, accede solo il 42% delle coppie: tempi, costi ed età frenano i percorsi

Infertilità Redazione DottNet | 25/03/2026 15:00

In Italia meno della metà delle coppie che ne avrebbe bisogno entra nei percorsi di Pma. Pesano attese nel pubblico, costi nel privato e accesso sempre più tardivo.

In Italia meno di una coppia su due, tra quelle che ne avrebbero necessità, accede ai trattamenti di procreazione medicalmente assistita. Il dato più rilevante non riguarda l’efficacia delle tecniche, ma l’ingresso nei percorsi: solo il 42% riesce ad avviarli.

È quanto emerge da una doppia indagine del network Demetra, che evidenzia come una quota significativa di coppie resti bloccata in una fase di incertezza o abbandoni prima ancora di completare il percorso.

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L’accesso seleziona più della tecnologia: tra liste d’attesa e costi molte coppie restano fuori

Le criticità emergono già al primo contatto con il sistema. Nel Servizio sanitario nazionale il 43% delle donne attende oltre tre mesi per una visita, mentre nove su dieci si rivolgono poi al privato, dove però il fattore economico diventa determinante.

Si crea così una selezione implicita: chi non riesce a sostenere tempi o costi resta escluso, indipendentemente dall’indicazione clinica.

Accanto a questo, pesa anche la difficoltà di orientarsi. Il 60% delle coppie rimane in una fase di incertezza, alla ricerca di informazioni, senza riuscire ad accedere concretamente al percorso.

Si arriva tardi alla Pma: l’età riduce le possibilità prima ancora di iniziare

Un altro elemento centrale è il ritardo con cui si accede ai trattamenti. Tra chi valuta la Pma, il 78% ha più di 35 anni e il 40% supera i 40.

"L’orologio biologico non aspetta, ma i dati raccontano un accesso sempre più tardivo alla medicina della riproduzione", osserva Laura Rienzi, direttrice scientifica di Ivirma Italia e docente all’Università di Urbino.

Il tempo, in questo contesto, non è una variabile neutra: incide sulla probabilità di successo e contribuisce a rendere più fragile l’intero percorso.

Il carico emotivo resta poco gestito e alimenta un abbandono precoce dei percorsi

Il percorso non è solo clinico. Il carico psicologico è rilevante e spesso sottovalutato.

Il supporto psicologico è richiesto dal 35% di chi valuta la Pma e fino al 50% di chi ha già affrontato un ciclo, ma il 40% dei centri non monitora in modo strutturato il drop-out.

Tra il 20% e il 50% delle coppie abbandona dopo un primo esito negativo. Un dato che segnala una difficoltà non solo terapeutica, ma anche organizzativa nel sostenere le persone lungo il percorso.

In un Paese con sempre meno nascite, la Pma diventa parte strutturale della fecondità

Il quadro si inserisce in un contesto demografico critico. In Italia l’età media al primo figlio è tra le più alte in Europa e la fecondità ha raggiunto nel 2024 il minimo storico di 1,18 figli per donna.

In questo scenario, la Pma assume un peso crescente. Tra le donne con più di 40 anni, il 17,2% della fecondità totale è attribuibile a queste tecniche, quota che supera il 30% tra chi diventa madre per la prima volta dopo i 40.

Il problema non è la disponibilità delle tecniche ma la capacità del sistema di renderle accessibili

Il messaggio che emerge non riguarda la tecnologia, ma l’organizzazione.

"Servono tempi più rapidi, meno barriere economiche e un approccio multidisciplinare", sottolinea Blasco de Felice, responsabile di Ivi Rma Italia.

La criticità principale è la distanza tra disponibilità delle tecniche e accesso reale ai percorsi, in un ambito in cui il fattore tempo incide direttamente sugli esiti.

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