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Colangite Biliare Primitiva: dal Congresso AISF 2026 il contributo dei KOL per una gestione realmente centrata sul paziente

Gastroenterologia Redazione DottNet | 25/03/2026 17:20

Come emerso nel corso del Congresso AISF 2026, la colangite biliare primitiva si conferma una patologia rara, subdola e spesso silente nelle fasi iniziali, ma in grado di compromettere profondamente la qualità di vita dei pazienti, anche indipendentemente dalla gravità dei parametri biochimici. Alla luce delle evidenze discusse, si impone sempre più la necessità di integrare la valutazione dei sintomi e dell’esperienza soggettiva, orientando la gestione clinica verso un approccio realmente centrato sul paziente.

         

La colangite biliare primitiva (PBC) è una malattia epatica rara autoimmune cronica caratterizzata da distruzione progressiva dei dotti biliari intraepatici, colestasi e potenziale evoluzione verso cirrosi e insufficienza epatica.

[1] Colpisce prevalentemente il sesso femminile e presenta un decorso clinico eterogeneo, con ampia variabilità sia nella progressione biochimica sia nella manifestazione sintomatologica. [1,2] Infatti, il decorso della PBC è spesso insidioso: molti pazienti risultano asintomatici all'esordio, con una diagnosi che avviene incidentalmente in seguito al riscontro di anomalie nei test di funzionalità epatica. A questo proposito, in occasione del Congresso AISF 2026 (Associazione Italiana per lo Studio del Fegato), il Prof. Marco Marzioni (Professore di Gastroenterologia presso l’Università Politecnica delle Marche) ha dichiarato:

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"La Colangite Biliare Primitiva è una patologia subdola, spesso asintomatica nelle fasi iniziali, ma capace di manifestare nel tempo sintomi estremamente debilitanti. Tra questi, i più rilevanti sono: la fatigue, una spossatezza profonda che impedisce al paziente di svolgere anche le più semplici attività quotidiane, e il prurito, un sintomo spesso intenso che influisce drasticamente sulla qualità della vita."

Nei quadri sintomatici, le manifestazioni d'esordio più comuni includono anche secchezza mucosale e ittero. [2,3] Tali sintomi non seguono necessariamente la gravità della malattia epatica, contribuendo alla complessità della gestione clinica. [2] L'evoluzione della patologia verso lo scompenso epatico si manifesta con la comparsa di ascite e ittero franco, culminando nello stadio di cirrosi. La ridotta secrezione biliare può inoltre determinare fenomeni di malassorbimento e steatorrea. [3] Il profilo clinico è ulteriormente complicato da manifestazioni sistemiche quali l’iperlipidemia e l’osteoporosi. [3]

Secondo le linee guida EASL, la diagnosi di PBC è confermata dalla presenza di marcatori biochimici precoci come un aumento della fosfatasi alcalina sierica (ALP) e della gamma-glutamiltransferasi (GGT), seguiti da iperbilirubinemia coniugata nelle fasi più avanzate [4].

Il passaggio cruciale per la diagnosi di PBC è la ricerca degli anticorpi specifici:

  • AMA (Anticorpi Anti-Mitochondrio). [4]
  • ANA specifici: in particolare anti-sp100 e anti-gp210, che sono altamente indicativi di PBC, specialmente se gli AMA sono negativi. [4]

Se i test immunologici risultano negativi si può procedere con:

  1. MRCP (Colangiorisonanza): per escludere la Colangite Sclerosante (stenosi dei dotti). [4]
  2. Biopsia Epatica. [4]

L'iter diagnostico deve sempre includere un'accurata anamnesi, l'esame obiettivo e un'ecografia addominale per escludere ostruzioni biliari extraepatiche. [1] Tuttavia, è sempre più evidente una discrepanza tra controllo biochimico e burden sintomatologico: pazienti con risposta biochimica ottimale possono presentare sintomi severi, soprattutto fatigue e prurito. [1,2] Questo limite evidenzia la necessità di integrare la valutazione clinica oltre i soli indicatori laboratoristici.

Nell’ultimo periodo è emerso con forza il tema della centralità del paziente nel percorso terapeutico. In particolare, il Prof. Marzioni ha sottolineato come, storicamente, il medico si sia focalizzato quasi esclusivamente sui parametri di laboratorio, trascurando l'esperienza soggettiva:

Per anni si è avuto difficoltà a curare la malattia focalizzandoci sul rallentare la progressione ma non sui sintomi. Oggi dobbiamo interfacciarci con il paziente per capire non solo la progressione del danno ma anche la qualità della vita.” Questo perché oggi sono disponibili farmaci in grado di agire su entrambi i fronti, migliorando il decorso della malattia e riducendo in modo significativo l’impatto dei sintomi sulla qualità di vita del paziente.

L’adozione sistematica dei Patient-Reported Outcomes (PROs) segna l'evoluzione verso un modello assistenziale che pone l'esperienza soggettiva del paziente al centro del percorso di cura. Diversamente dai parametri clinici tradizionali, i PROs offrono una prospettiva diretta su sintomatologia, funzionalità e qualità della vita correlata alla salute (HRQoL), escludendo mediazioni o interpretazioni da parte del personale sanitario. [5] Tali strumenti permettono di intercettare precocemente tossicità e sintomi spesso sottostimati, facilitando l'impiego mirato di farmaci in grado di agire sulla sintomatologia specifica. Questo approccio consolida il decision-making condiviso, garantendo che le strategie terapeutiche siano costantemente allineate alle priorità e al benessere del paziente. [5]

Nel contesto del Congresso AISF 2026, il Prof. Mauro Viganò (Dirigente Medico, Centro Trapianti Bergamo, ASST Papa Giovanni XXIII) ha posto l’attenzione sul ruolo del ricercatore moderno, sottolineando la necessità di andare oltre i trial clinici standardizzati per comprendere la reale efficacia (effectiveness) delle terapie: “Nella pratica clinica quotidiana, ci confrontiamo con pazienti reali che presentano comorbidità severe e che sono spesso in polifarmacoterapia”.

A questa visione si unisce il Prof. Marzioni, ribadendo che: “L'obiettivo comune resta quello di integrare l'efficacia clinica con le evidenze provenienti dal mondo reale (Real World Evidence) per una gestione del paziente sempre più personalizzata.”

Questo approccio integrato permette di superare i limiti dei protocolli rigidi, adattando le strategie terapeutiche alle specifiche necessità biologiche e sociali del singolo individuo affetto da patologie epatiche croniche.

Accanto ad esperienze internazionali come TARGET-PBC e il registro tedesco, [6,7] un ruolo fondamentale è rivestito dal registro nazionale italiano ("Italian PBC Registry"). Questa infrastruttura di ricerca, che aggrega dati provenienti da numerosi centri specialistici su tutto il territorio, ha permesso di mappare con precisione la realtà clinica del nostro Paese. In particolare, come evidenziato dai recenti dati presentati da Viganò et al., l’analisi del registro italiano conferma differenze rilevanti tra i centri e una persistente sottovalutazione della sintomatologia riferita dal paziente. [8]

Tali evidenze rafforzano la necessità di una maggiore standardizzazione sia nella raccolta dei dati sia nella gestione clinica. [6] In questo senso, l’integrazione sistematica dei Patient-Reported Outcomes (PROs) all'interno del registro italiano rappresenta un passaggio chiave per colmare il divario tra parametri biochimici e benessere percepito, muovendosi verso una medicina sempre più centrata sul paziente. [7]

Alla luce di queste evidenze, emerge la necessità di un approccio integrato che combini parametri biochimici e valutazione dei sintomi. Questo modello consente una gestione più personalizzata della PBC e ha importanti implicazioni per il medico specialista, che deve adottare strumenti strutturati per il monitoraggio dei sintomi e considerare attivamente il loro impatto nella scelta terapeutica.

Bibliografia

  1. Tanaka A, et al. Primary biliary cholangitis. Lancet. 2024.
  2. Faisal A. Understanding fatigue and pruritus in primary biliary cholangitis. Clin Liver Dis. 2024.
  3. Warsop Z, et al. Current and emerging therapies in PBC. J Pers Med. 2024. European Association for the Study of the Liver. (2017).
  4. EASL clinical practice guidelines: The diagnosis and management of patients with primary biliary cholangitis. Journal of Hepatology, 67(1), 145–172
  5. Levy C, Younossi ZM, Mayo MJ, Kremer AE, Pate J, Ieyoub J, Zincavage R, Padilla B, Ito D, Perez CFM. Assessment of PBC Pruritus From the ITCH-E Study: Quality of Life, Productivity, and Treatment Experiences. Liver Int. 2025 Sep;45(9):e70276. doi: 10.1111/liv.70276. PMID: 40847640; PMCID: PMC12374225.
  6. Mayo MJ, et al. Impact of pruritus on quality of life in PBC (TARGET-PBC). Hepatol Commun. 2023.
  7. Herta T, et al. Pruritus in PBC: results from a German registry. Ann Hepatol. 2025.
  8. Italian Clinical Research Network for Autoimmune Liver Diseases. (n.d.). National database on primary biliary cholangitis. Retrieved March 24, 2026

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