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Case di comunità, Fimmg: “Fino a tre medici per turno, ma servono accordi regionali”

Sanità pubblica Redazione DottNet | 26/03/2026 14:07

Dopo i dati AGENAS, i medici di famiglia intervengono: con il nuovo accordo possibili 60 ore al giorno per struttura. Ma l’attuazione resta il vero punto critico.

Le Case di comunità non saranno "scatole vuote", ma solo a una condizione: che il nuovo Accordo collettivo nazionale della medicina generale venga applicato pienamente e in modo coerente sui territori.

È la posizione espressa da Silvestro Scotti, segretario nazionale della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale), intervenuto dopo la pubblicazione del monitoraggio dell’AGENAS che ha evidenziato come, a fine 2025, solo il 4% delle Case di comunità sia pienamente operativo.

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Secondo Scotti, il quadro non va letto solo in termini di strutture attive o meno, ma alla luce degli strumenti contrattuali oggi disponibili. Il riferimento è al nuovo accordo della medicina generale entrato in vigore il 15 gennaio, che introduce la possibilità per i medici di famiglia di svolgere attività aggiuntive nelle Case di comunità.

Il nuovo accordo consente una presenza stabile, ma tutto dipende dall’attuazione concreta

Il punto centrale della posizione Fimmg è quantitativo, ma anche organizzativo. Sulla base dei circa 38 mila medici di medicina generale attivi in Italia, e considerando la possibilità di dedicare quattro ore settimanali alle nuove strutture, si arriverebbe a un monte complessivo di circa 8 milioni di ore annue. A queste si aggiungono quasi 14 milioni di ore già garantite dai medici con incarico orario.

Nel complesso, secondo i calcoli dell’organizzazione sindacale, si raggiungono oltre 21 milioni di ore annue, equivalenti a circa 60 ore giornaliere per ciascuna Casa di comunità. Tradotto: una presenza media di quasi tre medici per turno di lavoro.

Un dato che, nella lettura di Scotti, dimostra come il problema non sia tanto la disponibilità di professionisti, quanto la capacità del sistema di organizzare e rendere operativa questa presenza.

Non un modello unico: il ruolo decisivo degli accordi regionali

Il vero passaggio critico, infatti, è l’attuazione a livello territoriale. "Le Case della comunità non possono essere un vestito a taglia unica", ha sottolineato Scotti, evidenziando come le esigenze assistenziali varino significativamente tra le diverse aree del Paese.

Per questo, la piena operatività delle strutture dipenderà in larga misura dalla definizione degli Accordi integrativi regionali, chiamati a tradurre il quadro nazionale in modelli organizzativi concreti.

È qui che si gioca la partita: senza una declinazione locale efficace, il rischio è che il potenziale previsto dal contratto resti sulla carta.

Tra disponibilità teorica e funzionamento reale, il nodo resta organizzativo

L’intervento della Fimmg introduce quindi un elemento di riequilibrio nel dibattito aperto dal monitoraggio AGENAS.

Se da un lato i dati segnalano un ritardo nella piena operatività delle Case di comunità, dall’altro i medici di famiglia rivendicano la possibilità di garantire una presenza significativa, a patto che il sistema sia in grado di attivarla.

Il punto non è solo quante strutture siano aperte, ma quante riescano effettivamente a funzionare con continuità, integrazione e personale.

In questo senso, la questione delle Case di comunità si sposta dal piano infrastrutturale a quello organizzativo: non più solo costruire, ma rendere operative le strutture.

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