
La protesta di Pro Vita & Famiglia per una sentenza sul cambio di sesso anagrafico di un 13enne. Ma i termini reali sono molto diversi da come vengono presentati.
La presa di posizione di Pro Vita & Famiglia contro il riconoscimento, da parte di un tribunale italiano, del cambio di sesso anagrafico di un adolescente di 13 anni ha riacceso il dibattito pubblico sulle identità di genere minorili con parole molto forti. "È follia assoluta", ha detto il portavoce Jacopo Coghe, parlando di un decreto che consentirebbe a un minore di affrontare una transizione di genere come se si trattasse di "farsi un tatuaggio sul braccio". Come spesso accade in questi casi, le dichiarazioni roboanti servono solo ad agitare le acque e a distrarre sul merito della questione.
La decisione del tribunale: rettifica anagrafica, non imposizione medica
Torniamo allora ai fatti: il Tribunale di La Spezia ha accolto la richiesta dei genitori di un ragazzo di 13 anni e ha disposto la rettifica del suo sesso anagrafico e nome nei registri civili, segnalandolo come maschile. Secondo le cronache nazionali, si tratta del più giovane caso in Italia di questo tipo.
Si tratta di una sentenza di rettifica anagrafica che riguarda esclusivamente l’atto di nascita e la documentazione civile, un atto giuridico che riconosce lo stato di persona come percepito dall’interessato e sostenuto dalla famiglia. Non è un’autorizzazione a terapie mediche di transizione o a interventi chirurgici. La disciplina italiana non prevede, neppure per gli adulti, l’obbligo di chirurgia per ottenere questo tipo di riconoscimento. E la questione non si pone già dal 2015 quando la Corte di Cassazione ha chiarito che non serve un intervento chirurgico per la rettifica del sesso nei documenti.
La legge italiana: numeri, identità e percorso giuridico
La possibilità di cambiare legalmente sesso è prevista in Italia dalla Legge 14 aprile 1982, n. 164, che regola la rettifica di attribuzione di sesso e nome negli atti di stato civile. In passato, fino a una serie di pronunce giurisprudenziali successive, la procedura richiedeva anche strumenti clinici come condizione necessaria per ottenere l’atto. Oggi, non più.
Peraltro il processo di rettifica non è automatico, né privo di controlli e non si basa sul semplice percepito del richiedente: il giudice valuta la richiesta caso per caso, considerando anche il percorso psicologico e specialistico della persona - come riportano le cronache anche in questo specifico.
La clinica è separata dal diritto civile
Un punto frainteso (quanto artatamente?) nella polemica riguarda proprio la separazione tra giurisdizione civile e scelte mediche. La sentenza di La Spezia non contiene alcuna imposizione di percorsi medici o trattamenti sul minore da parte dello Stato: ciò che il tribunale può fare è rettificare un atto di stato civile sulla base delle norme vigenti e del superiore interesse del minore. Le decisioni mediche sono affidate al mondo medico, basandosi su protocolli scientifici, e mai prima di avere ottenuto consensi informati e seguito specifiche - delicatissime - linee guida.
Il vero oggetto del dibattito
La protesta di associazioni come Pro Vita & Famiglia mette insieme in maniera disordinata, frammentaria e ideologicamente fuorviante giurisdizione civile, pratiche mediche e questioni etiche in modo stringente, oscurando la distinzione fondamentale tra il diritto civile alla personalità e all’identità, regolato da norme e sentenze e le decisioni cliniche su percorsi di transizione o terapie ormonali, che seguono altri protocolli e non sono decretate direttamente dal giudice.
Su questa base si dovrebbe sempre sviluppare una discussione informata e produttiva, che non si limiti a slogan ma metta in chiaro quale parte è regolata dal diritto civile, quale spetta alla medicina e quale è materia di politica pubblica davvero da discutere.
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