
Rapporto Ocse: casi fino a quattro volte in più in 15 anni. Ma l’aumento riflette soprattutto criteri diagnostici, consapevolezza e accesso ai servizi.
Le diagnosi di disturbo dello spettro autistico sono aumentate in modo significativo nei Paesi Ocse negli ultimi quindici anni, con incrementi che in alcuni contesti arrivano a quadruplicare i casi. Un dato che, preso isolatamente, rischia di suggerire una crescita anomala del fenomeno, come se si trattasse di una nuova emergenza sanitaria.
Il rapporto Policy Responses to Rising Autism Diagnoses in Childhood dell’OCSE invita invece a una lettura più articolata. "Questo rapido aumento dei casi riflette diversi fattori tra cui l’evoluzione dei criteri diagnostici, la crescente consapevolezza dell’autismo e la sorveglianza precoce dello sviluppo", si legge nel documento. Più che un’esplosione improvvisa, quindi, si tratta del risultato di un sistema che oggi è in grado di vedere meglio e più di prima.
Criteri diagnostici e osservazione precoce: perché oggi si diagnosticano più casi
Negli ultimi anni si è infatti assistito a un ampliamento dei criteri diagnostici e a un affinamento degli strumenti di valutazione, insieme a una maggiore attenzione ai segnali precoci dello sviluppo. Questo ha portato a intercettare situazioni che in passato restavano non diagnosticate o venivano interpretate in modo diverso.
A questo si aggiunge un cambiamento culturale. Le famiglie sono più informate, cercano più facilmente una valutazione e si confrontano con un sistema più sensibile al tema. Come sottolinea Giovanni Marino, presidente dell’Associazione nazionale genitori persone con autismo, "la maggiore consapevolezza della malattia e le diagnosi sempre più accurate erano i principali motivi alla base dell’aumento dei casi che si è registrato tra la fine del secolo scorso ed i primi anni 2000". Solo più recentemente, aggiunge, si può ipotizzare che a questa dinamica si affianchi anche una crescita reale dei casi.
Accesso e disuguaglianze: diagnosi più diffuse ma non per tutti
Se il sistema è più capace di diagnosticare, non è detto che sia altrettanto capace di farlo in modo equo. Il rapporto Ocse evidenzia come "la capacità dei sistemi diagnostici pubblici non è sempre stata al passo con la crescente domanda", con tempi di attesa lunghi e una carenza di professionisti qualificati che spingono molte famiglie verso il privato.
Questo introduce un fattore selettivo. I percorsi diagnostici tendono a favorire le famiglie con maggiore alfabetizzazione sanitaria, competenze linguistiche e risorse economiche, mentre altre incontrano ostacoli più rilevanti. Le disuguaglianze emergono anche sul piano clinico: ragazze e donne vengono spesso diagnosticate più tardi, e i bambini provenienti da contesti svantaggiati hanno maggiori difficoltà ad accedere alla valutazione.
In questo quadro, la diagnosi non è solo un atto clinico, ma l’ingresso in un sistema di diritti e servizi. "La domanda di valutazioni diagnostiche è cresciuta in molti Paesi", osserva l’Ocse, ed è stata accompagnata da una richiesta crescente di interventi precoci e supporti personalizzati.
Dalla diagnosi alla presa in carico: la vera sfida è organizzativa e culturale
L’aumento delle diagnosi si traduce quindi in una pressione crescente sui sistemi sanitari e sociali, che non sempre riescono a rispondere con la stessa velocità. Il problema non è tanto il numero in sé, quanto la capacità di trasformarlo in presa in carico.
Il rapporto sottolinea infatti l’importanza di "percorsi diagnostici strutturati, di alta qualità ed equi", evidenziando come le disuguaglianze nell’accesso rappresentino uno dei principali limiti attuali.
La sfida, dunque, è di sistema. Garantire diagnosi tempestive e accurate, ridurre le disparità e costruire percorsi di cura efficaci. Perché il rischio non è avere più diagnosi, ma avere diagnosi migliori solo per una parte della popolazione, lasciando indietro chi ha meno strumenti - e consapevolezza - per accedervi.
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