
Il disagio cresce in modo progressivo e strutturale, ma le risposte restano frammentate. Pochi dati, politiche disomogenee e servizi ancora troppo orientati alla fase acuta
La salute mentale di bambini, adolescenti e giovani è in declino da oltre un decennio. Non si tratta di una conseguenza della pandemia, ma di un processo più lungo, che affonda le radici nella metà degli anni 2010 e che il Covid ha semplicemente reso più visibile e, in alcuni casi, più acuto.
Il rapporto dell’Ocse "Child, Adolescent and Youth Mental Health in the 21st Century" restituisce un quadro coerente e preoccupante: in 9 Paesi su 11 con dati disponibili, tra il 2012 e il 2022 gli indicatori di salute mentale sono peggiorati con un ritmo annuo compreso tra il 3% e il 16%. Un deterioramento graduale, ma costante, che non può essere letto come un fenomeno emergenziale, bensì come una trasformazione strutturale del benessere giovanile.
Ed è proprio questa dimensione lenta e stratificata del problema a entrare in tensione con le modalità con cui i sistemi sanitari e le politiche pubbliche stanno cercando di affrontarlo.
Un disagio complesso, che non ha una causa unica
Il rapporto insiste su un punto che spesso viene semplificato nel dibattito pubblico: non esiste una singola causa del peggioramento. I giovani si muovono all’interno di una rete di fattori che si sovrappongono e si rafforzano a vicenda.
La digitalizzazione è uno degli elementi più citati, ma non nel senso riduttivo di una relazione diretta e univoca. Certamente l’uso dei dispositivi, soprattutto nelle ore serali, è associato a disturbi del sonno, che a loro volta rappresentano un fattore di rischio per ansia e depressione. I social media mostrano correlazioni con insoddisfazione corporea e sintomi depressivi, ma se riteniamo che la digitalizzazione sia la sola responsabile del problema esiste il rischio di semplificare troppo. E di intervenire pesantemente su una singola causa, pensando di avere trovato la soluzione e ignorando le altre.
Accanto a questi elementi, emergono fattori più ampi e meno immediatamente gestibili: l’ansia per il cambiamento climatico, che coinvolge una quota significativa di giovani e incide sulla vita quotidiana. L’esposizione costante ai conflitti globali attraverso i media. La percezione di un futuro incerto sul piano economico e sociale. La crescita delle disuguaglianze.
A questo si aggiunge la pressione scolastica, aumentata in modo significativo negli ultimi anni, soprattutto tra le ragazze, che risultano sistematicamente il gruppo più esposto al disagio.
Il risultato è un contesto in cui il malessere non nasce da un singolo evento, ma da una condizione di fondo, diffusa e persistente.
Chi sta peggio: una fragilità sempre più marcata
I dati mostrano con chiarezza che il deterioramento non è uniforme. Le ragazze e le giovani donne, insieme agli adolescenti più grandi, rappresentano il gruppo più vulnerabile.
Nel 2022, il 68% delle ragazze di 15 anni ha riferito sintomi multipli di malessere, contro il 36% dei coetanei maschi. La quota di chi dichiara di sentirsi "giù" più di una volta a settimana è cresciuta in modo marcato, passando dal 28,6% del 2014 al 45,4% del 2022.
Parallelamente, i ricoveri per autolesionismo tra le ragazze sono aumentati del 29% in diversi Paesi, mentre i tassi di suicidio restano relativamente stabili. Un elemento che suggerisce un aumento della sofferenza diffusa, più che degli esiti estremi.
Le risposte: rapide, ma non sempre coerenti
Di fronte a questo scenario, le politiche pubbliche si stanno muovendo, ma spesso in modo disomogeneo e non sempre allineato con la natura del problema. Molti Paesi hanno introdotto misure legate alla regolazione dell’ambiente digitale, come il divieto di smartphone a scuola o limiti di accesso ai social media. Interventi che rispondono a una pressione sociale crescente, ma la cui efficacia resta incerta.
L’Ocse sottolinea che le evidenze disponibili sono contrastanti: alcune misure producono miglioramenti in ambiti specifici, come la concentrazione o la riduzione del cyberbullismo, ma non mostrano effetti chiari sul benessere complessivo. In questo senso, il rischio è che l’urgenza di intervenire produca risposte parziali, costruite più sulla percezione del problema che su una sua comprensione sistematica.
Il limite più grande: si interviene senza dati solidi
A rendere ancora più fragile il quadro è un elemento strutturale: meno di un terzo dei Paesi Ocse dispone di dati regolari e rappresentativi sulla salute mentale dei giovani. Questo significa che, in molti casi, le politiche vengono progettate senza una base informativa adeguata, rendendo difficile monitorare le tendenze, valutare l’impatto degli interventi e correggere le strategie.
In altre parole, si agisce spesso senza una piena consapevolezza di ciò che si sta cercando di modificare.
Un sistema che arriva tardi
Il rapporto evidenzia anche un altro aspetto cruciale: il modo in cui sono organizzati i servizi. La maggior parte degli esperti coinvolti ritiene che il livello di supporto sia insufficiente, ma soprattutto che sia posizionato troppo a valle del problema.
I sistemi sanitari restano fortemente orientati verso interventi specialistici, attivati quando il disagio è già evidente e strutturato. Manca invece una rete capace di intercettare precocemente il malessere, attraverso servizi accessibili, meno medicalizzati e più vicini ai contesti di vita dei giovani.
Le esperienze citate come buone pratiche vanno proprio in questa direzione: servizi a bassa soglia, approcci olistici, supporto tra pari. Modelli che cercano di colmare quella distanza tra bisogno e risposta che oggi rappresenta uno dei principali punti di fragilità.
L’ansia della risposta
Il quadro complessivo suggerisce una tensione crescente tra la natura del problema e le modalità di intervento. Il disagio giovanile cresce in modo graduale, complesso, stratificato nel tempo. Le risposte, invece, tendono a essere più rapide, visibili, spesso frammentate.
È qui che si colloca il rischio più rilevante: che l’ansia della risposta superi la capacità di intercettare e comprendere il problema.
Non perché manchi l’attenzione, ma perché il sistema fatica a costruire strumenti coerenti con un fenomeno che non è né improvviso né uniforme, ma profondamente radicato nei cambiamenti sociali degli ultimi anni.
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