
Il nuovo report del Global Preparedness Monitoring Board avverte che il mondo è più fragile e meno preparato rispetto al Covid. Eppure cresce una narrazione che riduce preparedness, vaccini e monitoraggio epidemiologico a strumenti delle lobby
A sei anni dall’inizio della pandemia da Covid-19 e a dieci dall’epidemia di Ebola che aveva già mostrato la fragilità dei sistemi sanitari globali, il mondo continua a muoversi dentro una contraddizione sempre più evidente. Da una parte aumentano i rischi legati alle emergenze infettive, alla pressione sugli ecosistemi, alla mobilità globale e alla frammentazione geopolitica. Dall’altra cresce una narrazione pubblica che tende a liquidare preparedness pandemica, ricerca vaccinale e monitoraggio epidemiologico come semplici espressioni di interessi industriali o allarmismo mediatico.
È dentro questa tensione che va letto il nuovo rapporto del Global Preparedness Monitoring Board (GPMB), organismo indipendente promosso da World Health Organization e Banca Mondiale, presentato in occasione della 79ª Assemblea mondiale della sanità. Il titolo del documento - A World on the Edge: Priorities for a Pandemic Resilient Future - è già di per sé indicativo: secondo il Board, il mondo non è diventato più sicuro dopo il Covid. In alcuni aspetti, anzi, è diventato più fragile, più polarizzato e meno capace di reagire in modo coordinato.
Il problema non è "inventare pandemie"
Uno degli aspetti più interessanti del rapporto è che non parla soltanto di virus o vaccini. Parla soprattutto di fiducia, cooperazione internazionale e tenuta delle istituzioni. Secondo il GPMB, le crisi degli ultimi anni hanno lasciato in eredità un deterioramento del rapporto tra cittadini, politica e scienza. Il Covid, in particolare, ha amplificato polarizzazione, sfiducia e attacchi alle istituzioni scientifiche, generando un clima che oggi rischia di indebolire la capacità di risposta alle future emergenze.
Ed è qui che il dibattito pubblico rischia di entrare in una deriva pericolosa. Perché preparedness pandemica non significa "prevedere nuove chiusure" né costruire artificialmente emergenze sanitarie. Significa prepararsi a rischi che la comunità scientifica considera concreti e ricorrenti.
Vuol dire monitoraggio epidemiologico, reti di sorveglianza, capacità produttiva, piattaforme vaccinali, diagnostica rapida, cooperazione internazionale, raccolta dati, organizzazione delle risposte sanitarie. Esattamente ciò che molti governi vennero accusati di non avere fatto prima del Covid.
Ridurre tutto alle lobby è una semplificazione tossica
Nel dibattito pubblico sta invece crescendo una lettura estremamente semplificata: qualunque attività di prevenzione o ricerca viene descritta come il risultato di interessi economici dell’industria farmaceutica.
Una narrazione che può apparire intuitiva in una fase storica segnata da sfiducia e stanchezza sociale, ma che rischia di produrre un effetto culturale molto più profondo: delegittimare qualunque politica di preparedness prima ancora che venga discussa nel merito.
Il paradosso è evidente: lo stesso rapporto del GPMB ricorda infatti che, persino durante il Covid e durante l’emergenza mpox, il problema globale non è stato un eccesso di accesso ai vaccini o alle tecnologie sanitarie, ma esattamente il contrario.
I vaccini contro mpox sono arrivati ai Paesi più poveri quasi due anni dopo l’inizio dell’epidemia, addirittura più lentamente rispetto ai vaccini anti-Covid. E il Board segnala che il mondo continua ad arretrare proprio sugli indicatori legati all’accesso equo a diagnostica, cure e vaccini.
Una battaglia culturale prima ancora che sanitaria
Il rapporto insiste anche su un altro punto spesso trascurato: la prossima emergenza pandemica colpirà un mondo più indebitato, più frammentato e meno coeso rispetto a quello del 2020.
Per questo la preparedness non è soltanto una questione tecnica. È anche una questione politica e culturale. Se ogni attività di prevenzione viene automaticamente trasformata in terreno di sospetto, se ogni ricerca vaccinale viene ridotta a una strategia commerciale e se ogni richiamo alla cooperazione sanitaria internazionale viene letto come propaganda, il rischio è arrivare alla prossima crisi con società ancora meno resilienti.
Ed è esattamente questo il punto che il Global Preparedness Monitoring Board tenta di mettere in evidenza: la sfida non è soltanto produrre tecnologie o nuovi strumenti di risposta, ma preservare un clima pubblico capace di distinguere tra critica legittima, controllo democratico e puro qualunquismo anti-scientifico.
Perché una società che smette di fidarsi di qualunque forma di preparedness rischia di scoprire troppo tardi il costo reale della propria impreparazione.
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