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Hantavirus e informazione sanitaria: il vero problema non è il virus, ma come lo raccontiamo

Salute Giulio Divo | 13/05/2026 10:48

Dal cluster di hantavirus sulla MV Hondius ai precedenti dell’aviaria e del Covid: il vero punto critico non è soltanto la preparedness sanitaria, ma la capacità dei media di raccontare il rischio senza trasformarlo in narrazione emergenziale.

Ogni volta che compare un nuovo agente infettivo potenzialmente pericoloso, il sistema dell’informazione sembra reagire seguendo uno schema prevedibile. Individuazione di un cluster. Alcuni decessi. Persone in quarantena. Laboratori che analizzano campioni biologici. Contatti internazionali. Ipotesi di trasmissione tra esseri umani. Dichiarazioni decontestualizzate. Ipotesi che si rincorrono.

È successo con l’influenza aviaria del 2005-2006 - nota ormai come il Godot delle pandemie (anche se il virus non smette di essere un osservato speciale, che se non ne parliamo più). È successo con il Covid-19 che - tra lo scetticismo generale - si è evoluto in forma pandemica quando non ci si aspettava che un coronavirus potesse farlo. Sta succedendo ora con il cluster di hantavirus registrato sulla nave da crociera MV Hondius.

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Il punto non è sostenere che queste notizie non debbano essere raccontate. Sarebbe assurdo. Il punto è che in Italia - e più in generale nel sistema mediatico contemporaneo - le notizie sanitarie ad alta tensione vengono spesso sottratte troppo rapidamente al giornalismo scientifico per essere consegnate alla cronaca generalista.

E lì avviene una trasformazione importante: il fatto sanitario smette di essere un fenomeno epidemiologico da contestualizzare e diventa un evento narrativo da inseguire. La differenza non è accademica. È sostanziale. Perché cambia il modo in cui il pubblico percepisce il rischio.

Il caso hantavirus: ciò che sappiamo davvero

Secondo quanto riportato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il cluster verificatosi sulla MV Hondius ha coinvolto undici persone, con tre decessi confermati. L’OMS ha però precisato che il rischio per la popolazione generale resta basso e che la trasmissione interumana dell’hantavirus è considerata rara, associata principalmente al ceppo Andes virus.

Questo passaggio è decisivo. Perché cambia completamente il quadro. L’hantavirus non è "un nuovo Covid". Non lo è sul piano biologico, non lo è sul piano epidemiologico e, allo stato attuale delle conoscenze, non lo è nemmeno sul piano della trasmissibilità.

Il CDC statunitense ricorda da anni che gli hantavirus si trasmettono prevalentemente attraverso il contatto con escrezioni di roditori infetti aerosolizzate nell’ambiente. La trasmissione da uomo a uomo è eccezionale e documentata sostanzialmente solo per alcune varianti specifiche circolanti in Sud America. Anche l’ECDC europeo mantiene una valutazione prudente ma non allarmistica, focalizzata soprattutto sulla sorveglianza epidemiologica e sulla gestione dei contatti stretti.

Tutto questo, però, tende a sparire nel momento in cui il racconto mediatico entra nel ciclo della breaking news. A quel punto restano soprattutto gli elementi emotivamente forti: la nave (metafora del viaggio periglioso tra flutti e tempeste), le morti, la quarantena, i passeggeri rientrati, i controlli sanitari, l’istituto Spallanzani, i test in corso.

Sono tutti elementi veri. Ma una volta decontestualizzati servono solo ad alimentare la confusione. E non a spiegare il fenomeno.

Il problema non è l’errore: è l’assenza di contesto

E allora qui occorre dire una cosa scomoda: nella maggior parte dei casi il problema non è che i giornalisti di cronaca scrivano notizie fattualmente false. Il problema è che raccontano fatti corretti privandoli però del contesto scientifico necessario a interpretarli. Non è un dettaglio, perché è così che si crea il clima emergenziale. Quello che alimenta il clima di sfiducia nei confronti dell’informazione stessa.

Dire che esistono persone in quarantena dopo un’esposizione potenziale all’hantavirus è corretto. Ma se lo si fa senza spiegare che la quarantena è un fatto prudenziale e obbligato, causato dalla fisiologica incubazione del virus e da un principio di massima precauzione, il pubblico tende inevitabilmente a leggere quella misura come segnale di imminente pericolo collettivo.

Dire che esiste una rara possibilità di trasmissione interumana è corretto. Ma senza spiegare che si tratta di un evento documentato quasi esclusivamente per il ceppo Andes e in condizioni molto specifiche, il lettore finisce per assimilare automaticamente la notizia alla memoria del Covid.

È qui che il giornalismo dovrebbe intervenire: non per "rassicurare", ma per proporzionare il rischio. Ma non è la cronaca che può e deve intervenire a questo scopo. Perché non fa parte dell’essenza della cronaca agire con certi linguaggi e determinate misure.

La grande lezione dimenticata del Covid

La pandemia avrebbe dovuto lasciare almeno una consapevolezza chiara: la comunicazione sanitaria non è un elemento accessorio della gestione delle emergenze. È parte integrante della risposta sanitaria. Non è un caso se l’OMS ha coniato il termine "infodemia" proprio per descrivere il sovraccarico informativo che accompagna le crisi epidemiche. Un eccesso di informazioni corrette, scorrette, decontestualizzate o contraddittorie che rende difficile orientarsi.

Ed è importante notare un punto: l’infodemia non coincide con la fake news. Anche informazioni tecnicamente corrette possono produrre distorsione se presentate senza gerarchia epidemiologica, senza comparazioni, senza dati di contesto, senza spiegare il reale livello di rischio.

Uno studio pubblicato su The Lancet durante il Covid sottolineava come la gestione dell’informazione sia diventata un elemento centrale della preparedness sanitaria contemporanea. Eppure, passata la fase emergenziale, il sistema mediatico sembra essere rapidamente tornato alle dinamiche di sempre: accelerazione, emotività, frammentazione, ricerca del titolo ansiogeno.

Perché le notizie sanitarie finiscono alla cronaca

Esiste anche un problema strutturale che riguarda le redazioni. Negli ultimi vent’anni il giornalismo scientifico italiano si è progressivamente ridotto di peso, spazi e autonomia. Molte redazioni specialistiche sono state depotenziate o assorbite nei desk generalisti. Il risultato è che le notizie sanitarie arrivano spesso ai cronisti della nera, degli esteri o dell’attualità.

Professionisti capaci, velocissimi, ma che fisiologicamente non possiedono sempre gli strumenti epidemiologici necessari per interpretare fenomeni complessi. E allora prevale la logica narrativa della cronaca: il caso umano, l’eccezione, il dettaglio drammatico, il possibile sviluppo peggiore.

Il problema è che le epidemie non si raccontano bene con gli strumenti della cronaca nera, perché il rischio epidemiologico non coincide quasi mai con il rischio percepito.

Un virus con alta letalità ma bassissima trasmissibilità può avere un impatto collettivo molto inferiore rispetto a un virus moderatamente aggressivo ma altamente contagioso. È una distinzione elementare per un epidemiologo, ma spesso quasi invisibile nel racconto mediatico.

La preparedness delle redazioni sarà il vero tema dei prossimi anni

La questione, allora, non riguarda soltanto l’hantavirus. Riguarda il fatto che il mondo entrerà probabilmente in una fase storica caratterizzata da eventi zoonotici sempre più frequenti: influenza aviaria, spillover animali, arbovirus, resistenze antimicrobiche, agenti emergenti favoriti dalla pressione antropica sugli ecosistemi.

E ogni volta il sistema dell’informazione dovrà decidere se limitarsi a inseguire la paura oppure costruire strumenti culturali per comprenderla. Perché la preparedness non riguarda soltanto ospedali, laboratori, scorte e protocolli. Riguarda anche la capacità di una società di interpretare correttamente il rischio biologico. E questo passa inevitabilmente dalla qualità del giornalismo sanitario.

Non si tratta di proteggere una categoria professionale. Ma, dopo il Covid, dovrebbe essere chiaro che una notizia sanitaria raccontata male può diventare essa stessa un fattore di instabilità collettiva.

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