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Oms: “L’hantavirus non è l’inizio di una pandemia”. Ma è la spia dei rischi ambientali

Dopo il cluster registrato su una nave da crociera, l’Organizzazione mondiale della sanità richiama il tema della sorveglianza epidemiologica e dei cambiamenti ambientali
Infettivologia

L’Organizzazione Mondiale della Sanità prova a raffreddare i timori legati ai recenti casi di hantavirus registrati su una nave da crociera nell’Atlantico, ma allo stesso tempo richiama l’attenzione sull’importanza della sorveglianza epidemiologica e della ricerca sui patogeni emergenti.

"Questo non è l’inizio di un’epidemia né di una pandemia", ha dichiarato Maria Van Kerkhove, responsabile OMS per la prevenzione e preparazione alle epidemie e pandemie, commentando il cluster che ha coinvolto la nave MV Hondius e che ha causato tre decessi. Secondo l’Oms, infatti, il rischio globale resta limitato. Ma il caso non va trascurato perché serve a ricordare quanto siano importanti sistemi di monitoraggio rapidi e capacità di identificazione precoce dei contagi.

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Che cos’è l’hantavirus

Gli hantavirus sono virus trasmessi principalmente attraverso roditori infetti e possono causare sindromi respiratorie o emorragiche anche gravi. La maggior parte dei ceppi non si trasmette facilmente tra esseri umani. Fa eccezione il virus Andes, identificato in Sud America, per il quale sono stati documentati casi di trasmissione interumana.

Ed è proprio questa variante ad essere al centro delle indagini epidemiologiche legate alla nave da crociera partita da Ushuaia verso l’Antartide. Un cluster in un ambiente circoscritto rende più probabile l’azione di un virus a più facile trasmissione interurbana. O forse sarebbe più corretto dire: "meno difficile".

Il caso argentino e il cluster sulla nave

Il cluster registrato sulla MV Hondius ha acceso l’attenzione internazionale anche perché collegato a un contesto epidemiologico già delicato in Argentina che, lo ricordiamo, ha annunciato la sua uscita dal’OMS pur mantenendo in vigore forme di collaborazione internazionale per le emergenze sanitarie.

Ebbene, secondo i dati diffusi dalle autorità argentine, tra luglio 2025 e aprile 2026 il Paese ha registrato oltre cento casi confermati di hantavirus con una letalità superiore al 30%.

Le autorità stanno quindi cercando di ricostruire i movimenti dei passeggeri e le possibili catene di trasmissione, anche attraverso la collaborazione internazionale tra laboratori e sistemi sanitari di diversi Paesi. È proprio questo tipo di lavoro epidemiologico - identificazione dei contatti, tracciamento, analisi genetica dei ceppi virali - che le organizzazioni sanitarie considerano essenziale per distinguere rapidamente un cluster circoscritto da un rischio di diffusione più ampia.

Il ruolo dei cambiamenti climatici

Vi è comunque un problema di fondo: la crescente curva di contagi da hantavirus. Secondo molti ricercatori sudamericani l’aumento dei casi registrato in alcune aree dell’Argentina potrebbe essere legato anche alle trasformazioni ambientali e climatiche.

Le variazioni delle precipitazioni, l’aumento delle temperature e le modificazioni degli ecosistemi possono infatti influenzare distribuzione e proliferazione dei roditori che fungono da serbatoio naturale del virus. Il cambiamento climatico non viene quindi considerato una causa diretta della malattia, ma incide quale fattore capace di modificare gli equilibri ecologici e aumentare le occasioni di contatto tra uomo e animali portatori di agenti patogeni.

Uno scenario che non interessa soltanto l’hantavirus, ma più in generale il tema delle zoonosi e delle malattie emergenti.

La lezione della preparedness

Le dichiarazioni dell’Oms sembrano dunque muoversi su un doppio binario: evitare allarmismi impropri ma, allo stesso tempo, ricordare che il monitoraggio continuo dei patogeni emergenti resta una componente essenziale della sicurezza sanitaria globale.

"Gli investimenti nella ricerca sono essenziali, perché trattamenti, test e vaccini salvano vite umane", ha sottolineato Maria Van Kerkhove.

Ed è proprio la rapidità e l’efficacia con cui oggi vengono condivisi dati clinici, campioni biologici e informazioni epidemiologiche tra Paesi diversi a rappresentare una delle principali eredità operative lasciate dagli anni della pandemia Covid.

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