
Nel 2023 il drastico calo dei decessi per Covid ha riportato malattie cardiovascolari e tumori ai primi posti tra le cause di morte. Un quadro che smentisce le narrazioni su presunte “epidemie” post-vaccinali
Con il drastico calo della mortalità per Covid-19 registrato nel 2023, il profilo epidemiologico italiano è tornato a riflettere quello tipico delle grandi società occidentali: malattie cardiovascolari e tumori restano infatti le principali cause di morte nel Paese, senza evidenze di anomalie statistiche compatibili con le narrazioni che negli ultimi anni hanno associato i vaccini a mRNA a presunte esplosioni di patologie oncologiche o cardiovascolari.
È quanto emerge dall’analisi pubblicata da ISTAT sulla mortalità in Italia nel 2023. Secondo i dati, i decessi attribuiti al Covid-19 sono diminuiti del 69% rispetto al 2022, con circa 36 mila morti in meno. Una riduzione che spiega gran parte del calo complessivo della mortalità registrato nel Paese.
Parallelamente, le malattie del sistema circolatorio sono tornate a rappresentare la prima causa di morte, con circa 206 mila decessi, seguite dai tumori con 175 mila morti. Due gruppi di patologie che, insieme, rappresentano oltre la metà della mortalità complessiva italiana.
Il ritorno alla normalità epidemiologica
Il dato Istat assume un significato che va oltre la semplice statistica sanitaria. Negli anni successivi alla pandemia si sono infatti diffuse, soprattutto sui social network e nei circuiti della disinformazione sanitaria, narrazioni secondo cui i vaccini a mRNA avrebbero provocato un aumento generalizzato di tumori, infarti, ictus o morti improvvise.
Ma proprio il ritorno della mortalità italiana verso i tradizionali equilibri epidemiologici mostra un quadro molto diverso. Le malattie cardiovascolari rappresentano da decenni la principale causa di morte nelle società industrializzate, in stretta relazione con invecchiamento della popolazione, fattori metabolici, stili di vita e cronicità. Lo stesso vale per i tumori, il cui peso epidemiologico cresce progressivamente proprio per effetto dell’aumento dell’età media e del miglioramento delle capacità diagnostiche.
Nel 2023, secondo l’Istat, non emerge alcuna inversione improvvisa o crescita anomala tale da suggerire un cambiamento radicale dello scenario sanitario nazionale.
Il punto centrale: distinguere correlazione e causalità
Uno degli elementi più delicati del dibattito pubblico post-pandemico riguarda la tendenza a trasformare coincidenze temporali in relazioni causali. In una popolazione che invecchia, milioni di persone continueranno inevitabilmente a sviluppare tumori, infarti, aritmie o ictus anche dopo aver ricevuto una vaccinazione. Ma questo non significa automaticamente che il vaccino ne sia la causa.
L’epidemiologia ragiona infatti su grandi numeri, osservando variazioni statistiche reali nelle popolazioni e confrontandole con gli andamenti storici attesi. Se i vaccini anti-Covid avessero determinato un incremento massivo delle patologie oncologiche o cardiovascolari, tale fenomeno emergerebbe chiaramente nei registri di mortalità, nelle ospedalizzazioni, nei registri tumori e nei sistemi di farmacovigilanza internazionali. Ad oggi, questo scenario non è emerso.
Gli effetti avversi reali e il ruolo della farmacovigilanza
Ciò non significa sostenere che i vaccini siano privi di effetti collaterali. Al contrario, proprio i sistemi di farmacovigilanza internazionali hanno identificato e documentato eventi avversi rari ma reali, come alcuni casi di miocardite e pericardite associati ai vaccini a mRNA, soprattutto nei maschi giovani.
Si tratta però di eventi relativamente infrequenti, generalmente con prognosi favorevole e monitorati dalle autorità regolatorie. Ed è proprio questo aspetto a rafforzare il valore del dato epidemiologico complessivo: quando un segnale di rischio esiste realmente, tende a emergere nei sistemi di sorveglianza sanitaria. Viceversa, non sono emerse evidenze compatibili con un aumento generalizzato di tumori o di patologie cardiovascolari attribuibile alle campagne vaccinali.
Il rischio della percezione distorta
La lunga stagione pandemica ha modificato profondamente anche il modo in cui cittadini e pazienti percepiscono malattia e mortalità. L’attenzione costante verso eventi avversi, malori improvvisi o diagnosi oncologiche ha favorito spesso una lettura emotiva e frammentata dei fenomeni sanitari, amplificata dalla velocità dei social media e dalla circolazione di informazioni prive di validazione scientifica.
In questo contesto torna centrale il ruolo dei medici di medicina generale e dei professionisti sanitari nel ricostruire un rapporto corretto tra esperienza individuale e dato epidemiologico.
Perché proprio i numeri Istat ricordano un elemento essenziale: terminata la fase emergenziale del Covid, la mortalità italiana continua a seguire prevalentemente le dinamiche tipiche delle grandi patologie croniche dell’invecchiamento e non quelle di una presunta nuova emergenza sanitaria legata ai vaccini.
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